Prima c’è stata anche in Italia la politica, poi il suo lungo tormentato declino. Si è detto che l’economia – in realtà si trattava del nuovo capitalismo, il capitalismo finanziario globale – l’aveva divorata, prendendo di fatto il governo della società. Ma la politica continuava a tenere la scena istituzionale, come a schermare, con il suo simulacro, il nuovo sovrano. Il conflitto tra l’alto e il basso della società, che ha preso il posto di quello tra destra e sinistra, non ce l’ha fatta a realizzare la rottura e solo ha visto costituirsi al suo interno il populismo. È arrivato, anche sospinto dal nulla, il tempo degli esperti, dei tecnici e del loro governo. E questa è sembrata la nuova dialettica, quello tra il governo tecnocratico e la contestazione populista.

Ogni volta, però, che il primo ha preso forma è fallito e, sull’altro lato, la crisi di consenso si è approfondita, ma anche attorcigliata su di sé, vista l’impotenza dei populismi. L’instabilità e la crisi sono rimaste padrone della scena. L’emergenza prodotta dal Coronavirus ha dilatato e accelerato la crisi sociale, mentre l’adozione di misure monetarie straordinarie, non casualmente guidate da un’istituzione del governo reale, come la Bce, si propone di garantire l’uscita dalla crisi, o almeno, di evitare il disastro. Il ricorso ai tecnici e agli esperti in Italia è stato esteso, nell’occasione, fino alla sua inflazione. Avrebbe dovuto legittimare il governo in una sostanziale sospensione della democrazia rappresentativa. Esso è sopravvissuto, ma non ha retto alla sfida, e soprattutto non regge nel passaggio dall’emergenza alla necessità della costruzione di una prospettiva per l’economia e per la società tutta.

Le forze politiche senza popolo, e senza forza di futuro, sono sempre più impotenti e vengono terremotate da ogni imprevisto. Il governo non muore, ma resta sempre più moribondo. Così, mentre sulla scena della politica, tutto può accadere senza che accada alcunché di significativo, altrove è maturata l’idea di una terza fase, mentre continua, profonda, la crisi della politica. Già finita la fase di una centralità del governo, capace di funzionare come una calamita delle alleanze tra le più diverse, organizzate all’unico scopo di inseguire una stabilità, peraltro strutturalmente impossibile, ora può finire anche quella del governo degli esperti e dei tecnici, o comunque quella di un governo che pretende di agire secondo un canone obbligato, necessitato.

È il governo che si pretende senza alternative, come peraltro confermano lo Stato e gli atti delle forze politiche istituzionali tutte. Per aprire questa terza fase, sta costituendosi il soggetto politico nuovo che ne pretende la direzione. L’aveva annunciato il nuovo presidente della Confindustria fin dal suo avvento, mattone su mattone, inesorabilmente e dichiaratamente, lo sta costruendo a ogni tappa che gli si presenta innanzi, avendo sempre come oggetto della critica il governo in carica e, come obiettivo il profilo politico programmatico di quello atteso. Questo nuovo soggetto, come si vede, non nasce nelle sfibrate forze politiche esistenti, né da proposte di scomposizioni o ricomposizioni delle medesime, e neppure prende le forme di un nuovo partito politico. Esso nasce fuori da questa sfera, fuori dalle istituzioni, ma non nasce in quella società civile dove possono affermarsi i movimenti d’opinione. Nasce direttamente nell’economia.

L’epidemia viene usata come un lavacro, dopo si dovrebbe ricominciare da tutt’altro capo. Il nuovo serve a cancellare le cause sociali, culturali, politiche che hanno prodotto la crisi, di cui la ragione prima è proprio l’esplosione delle diseguaglianze. Le principali cause sono state proprio il primato del mercato e delle imprese. Questo lavacro dovrebbe restituire all’impresa capitalistica l’innocenza perduta. Fine di ogni autocritica. È tornato il tempo della conquista del primato, il tempo di un nuovo fondamentalismo. Si accinge a corrispondervi uno schieramento di forze non trascurabili. Lo annunciano gli spostamenti già avvertibili nella grande stampa, la loro distanza crescente dal governo in carica, la crescente convergenza con gli obiettivi confindustriali, presentati come fossero di interesse generale: efficienza, produttività, merito, sburocratizzazione del sistema, crescita. Senza che si alzi una forza a disvelare l’arcaico dominio di classe che si nasconde dietro questa offensiva politica ideologica, essa potrà diventare assai insidiosa. L’attacco al governo è privo ormai delle tradizionali diplomazie confindustriali e va direttamente al cuore della questione del potere politico.

L’accusa è precisa: “Incapacità di decidere”. E chi allora deve decidere? Forse il Parlamento? Forse un altro diverso governo che i cittadini volessero al suo posto? No. Si candida per la bisogna il partito dell’impresa: «Mi sarei aspettato dal governo un piano dettagliato. – ha detto Bonomi – Non l’ha fatto, lo faremo noi». E questo “noi” che illustra anche la proposta di una “democrazia negoziale”. Essa va letta in parallelo alla richiesta di neutralizzare il contratto nazionale di lavoro e al rifiuto di qualsiasi misura universalistica dal salario minimo al reddito di cittadinanza ad una legislazione sul lavoro per i diritti e per nuove forme generali di protezione sociale. È ancora il patto leonino. Allora è proprio quel “noi” a reggere le proposte e le richieste che da lì avanzano, che si profila come inquietante. La bilancia del governo del Paese contro le sue esigenze più mature di giustizia sociale, di diritti e di buona vita sembra oscillare tra il male e il peggio.

So che il governo Conte è difeso dalle critiche, oltre che ovviamente dalle sue forze di maggioranza, anche da aree della sinistra radicale assai attente ai temi di società, ma resto comunque di diverso parere. Anzi, penso che la mancanza di un’opposizione di sinistra al governo favorisca questa piega che sta tra il male e il peggio. Se si prova ad estrarre un’ispirazione generale dal patchwork degli atti del governo, mi pare si potrebbe organizzarla attorno alla triade: riduzione del danno provocato dalla pandemia, messa all’ordine del giorno dell’efficientamento della macchina, assunzione del punto di vista della amministrazione che si vorrebbe migliorare. La pratica sembra riecheggiare una tarda democristianità, “l’andreottismo”, a cui si riferiva, non a caso, una rivista che si chiamava appunto Concretezza.

Ben altra ispirazione dovrebbe muovere un governo consapevole del cambio necessario, dovrebbe infatti indicare una diversa triade: l‘eliminazione totale del danno per tutte le popolazioni basse e medio-basse; l’avvio di una riforma sociale capace di annunciarvi i punti di rottura, quali, per esempio, una riforma sociale redistributiva, a partire dalla patrimoniale, una programmazione capace di affermare il primato del pubblico sul privato, un nuovo ruolo dello Stato nell’economia, una politica sociale di diritti e per l’eguaglianza a partire dagli ultimi e, infine, ma di capitale importanza, l’assunzione del punto di vista del vissuto delle popolazioni, ben sopra quello dell’amministrazione (erogazione della Cassa integrazione guadagni docet). Senza questa critica della sinistra, il pendolo oscilla nella direzione opposta. Ma, questa volta, a raccoglierle non è classicamente la destra politica, bensì una nuova destra economica, che si presenta sotto la bandiera dell’interesse generale: il partito delle imprese.

Non delle imprese nella loro concreta articolazione e nelle loro profonde diversità, divergenze e persino alternative di modelli, bensì l’ideologia delle imprese capitalistiche e il soggetto politico che su di essa, oltre che naturalmente sugli interessi materiali a cui si riferisce, si sta costituendo. Il riferimento al modello della Fiat di Valletta è più che una nostalgia. È l’idea di un nuovo dominio dell’impresa sul lavoro e di una nuova egemonia sull’intera società. «Ciò che è bene per la Fiat, è bene per l’Italia», recitava il mantra dell’azienda torinese allora. Al partito di Bonomi, basta sostituire alla “Fiat” “l’impresa”. Oggi, a sinistra, non può nascere alcunché se non si apre una contesa di fondo contro questa ingombrante ipotesi di società, ma direi che lo stesso vale per l’intero campo democratico.

Dal sindacato, in primo luogo, abbondonata qualsiasi prospettiva di ritorno alla concertazione, che non è più per l’organizzazione dei lavoratori neppure una prigione dorata, ci si dovrebbe aspettare la messa in campo di una forte proposta rivendicativa e programmatica, alternativa a quella di Bonomi, affinché il popolo possa riavere la forza, oltre che le ragioni.