Gli hanno cambiato nome tante volte, pur di non chiamarlo col nome suo. Definizione agevolata, pace fiscale, rottamazione, chiusura delle liti pendenti. E ne manca qualcuno. Ma tutti sanno che si dice “condono”. Ogni volta che lo propongono, si vergognano persino di ammettere che di tratta di un condono. Ma è un approccio sbagliato. Anche il premier Draghi se n’è convinto e lo ha finalmente chiamato come si deve: condono.
Sarebbe stato auspicabile un intervento a favore del ministro per il Sud, Maria Carfagna. Il Mezzogiorno d’Italia ormai viaggia con una zavorra ancorata negli archivi delle cartelle esattoriali. Ma il presidente Draghi solo nella forma ha fatto bene. Nella sostanza di buono c’è ben poco, come chiarirò. Papa Francesco (sì, proprio lui) in un’udienza coi partecipanti al congresso mondiale dei commercialisti, nel 2014, disse, nell’ambito di un più ampio discorso: «Dietro ogni carta c’è una storia». Per questo, quando al Governo ci sono tutti dipendenti di lusso, tremo. Sono persone che ogni mese (massimo rispetto, se lo saranno sicuramente meritato) percepiscono stipendi e indennità per migliaia e migliaia di  euro, abituati a inserire nei rimborsi spese al datore di lavoro anche il più modesto degli scontrini. Non potranno mai calarsi a fondo nel dramma e nell’equilibrio quotidiano precario di chi ha una partita Iva.
Canone di  locazione, dipendenti, collaboratori, utenze, spese di gestione spese familiari, mutuo. Il timer, anzi il “tassametro”, non si ferma con un Dpcm. E non mi riferisco soltanto agli imprenditori, ma anche ai professionisti. Avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, ingegneri, architetti, geometri combattono da un anno con una clientela che vuole farsi assistere ma non ha i soldi per pagare le parcelle. Le udienze, in qualsiasi tribunale, sono spesso rinviate o tenute senza la presenza dei professionisti, con esiti purtroppo negativi per le parti perché manca il contraddittorio. Utilizzo un termine sdoganato nel 2012 dall’Accademia della Crusca: “cazzimma”. Si legge una cazzimma nelle sentenze mai vista prima. Il diritto è il diritto, per l’amor del cielo. Ma spesso c’è un filo sottile che separa l’accoglimento del ricorso dal rigetto. E quel filo è quasi sempre teso contro il contribuente, contro il cittadino, come se questa pandemia nei tribunali non fosse arrivata (lo dicono le statistiche sulle sentenze). Sbagliare una dichiarazione, considerare deducibile un costo che secondo l’Agenzia delle entrate è invece indeducibile o “non inerente”, è un attimo.

Inutile tediare il lettore con tanti esempi tecnici. La sintesi è: la cartella che ti arriva da “Equitalia” – “Riscossione” non è sempre il frutto di un’evasione fiscale. Può anche essere la conseguenza di un errore commesso in perfetta buona fede. E il figlio “testa calda” che ti fa arrivare migliaia di euro da pagare per infrazioni al codice della strada che sì, poteva evitare, ma tu lo scopri dopo anni con una cartella che è d’importo pari a un anno del tuo reddito? Magari per un autovelox piazzato ad arte da un Comune in Costiera che deve fare cassa? Ne vogliamo parlare? O magari sanzioni per versamenti effettuati in ritardo perché chi doveva pagarti (magari un ente pubblico) lo ha  fatto a sua volta in ritardo? Il dipendente al Governo – o anche quello che sta leggendo – lo sa che se paghi un giorno oltre la scadenza ultima i contributi Inps per un collaboratore, per te stesso, la sanzione è del 100 per cento? E lo sa che misteriosamente, per l’Inps, mai è stato introdotto lo strumento utilissimo del “ravvedimento operoso”? Certo, poi c’è l’evasore vero, ma è tutta un’altra storia.

Non so perché i commercialisti, gli avvocati tributaristi e i consulenti del lavoro (ma quelli “veri”, quelli che lavorano in trincea) mai sono ascoltati da chi scrive norme di cui nulla sa, per quanto riguarda l’aspetto pratico. Altrimenti a parametro di quest’ultimo (finto) condono non avrebbe inserito il reddito 2019, ma quello 2020. Nel 2019 la pandemia non c’era. Qualcuno poi mi spieghi perché si rottameranno (alcune, quelle fino a 5mila euro) cartelle iscritte a ruolo tra il 2000 e il 2010. Chi non se n’è preoccupato fino a oggi, perché dovrebbe farlo adesso? È tutto prescritto.

Insomma, sono disposto ad ammettere che sto facendo un’apologia del condono. Almeno parziale. Ma apriamo un dibattito. Si può sbagliare, senza tuttavia essere crocifissi a vita (economicamente). Pure chi va in galera ha diritto a uno sconto della pena. Il condono, ma quello vero, non il condono farlocco che ci stanno proponendo, non è un peccato mortale. Anche se mi aspetto la lapidazione da parte di chi è lavoratore dipendente. Non potrà mai capire fino in fondo il popolo delle partite Iva. Soprattutto quelle che lavorano al Sud.