Quando era in vita lo hanno osteggiato, intralciato, ingiuriato, calunniato. Perché? Perché era il più bravo e perché solo lui era riuscito a prendere la mafia a sganassoni. La mafia però si vendicò e lo uccise con un attentato paurosamente spettacolare giusto 30 anni fa il 23 maggio del 1992. La guerra a Giovanni Falcone non è finita. Prosegue imperterrita. Da una parte c’è il tentativo di impossessarsi della sua figura gigantesca e nobile per farne un’icona della magistratura, anche della parte più faziosa e pasticciona della magistratura; dall’altra ci sono i depistaggi che puntano a far credere che la strage di Capaci non fu un delitto di mafia ma un delitto politico.

Tra l’altra sera e ieri sono scesi in campo, con azione congiunta, Il Fatto Quotidiano (che è considerato di solito l’organo ufficioso dell’Anm) e la sua proiezione nella televisione di Stato, e cioè la trasmissione Report. Hanno riferito di clamorose rivelazioni ottenute attraverso interviste varie a un certo Walter Giustini, luogotenente dei carabinieri in pensione che tra l’altro, nei prossimi giorni, dovrebbe rendere testimonianza in un processo in corso al tribunale di Caltanissetta. Giustini ha raccontato storie molto fantasiose che, evidentemente senza verifiche, sono state prese per buone dal Fatto-Report.

Secondo questa ricostruzione l’attentato a Falcone sarebbe stato preannunciato da un pentito, un certo Alberto Lo Cicero, e quindi poteva essere evitato. L’autore vero dell’attentato non sarebbe stato Riina, e dunque la mafia, ma Stefano Delle Chiaie, figura non di primissimo piano del neofascismo romano anni ‘60. I carabinieri potevano arrestare Riina prima ancora dell’attentato a Falcone grazie al pedinamento di quello che Lo Cicero aveva rivelato essere il suo autista, e cioè un certo Salvatore Biondino. Ma non lo fecero. Beh: tutto falso.

C’è stato grande scalpore ieri mattina su queste rivelazioni fantaletterarie. Ma è durato molto poco. Perché la Procura di Caltanissetta, che è la più informata sulle stragi di mafia del ‘92, prima ha disposto la perquisizione a casa del giornalista di Report che aveva realizzato il servizio televisivo, alla ricerca delle fonti di queste notizie, e poi ha smentito in modo totale e dettagliatissimo tutte le notizie riportate, spiegando per filo e per segno come siano completamente infondate. È quella che nel linguaggio giornalistico si chiama “polpetta avvelenata”. Ingoiata però senza tante preoccupazione dalle due testate, cadute, proprio nell’anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, in un errore giornalistico davvero clamoroso. Sono quegli errori che qualche anno fa, quando ancora il giornalismo italiano aveva un suo spessore, provocavano grande scandalo e dimissioni a catena. Oggi li si liquida con un po’ di spallucce. Anche la Rai sembra ormai pochissimo interessata alla propria credibilità.

Ma qui quel che conta non è tanto l’infortunio giornalistico ma è la ricerca dei motivi e degli autori del depistaggio. Chi ha deciso di rifilare la fake al Fatto-Report? E con quale disegno? La Procura di Caltanissetta ha ordinato una perquisizione in casa del giornalista, seppure non indagato, e ha spiegato perché. In una nota firmata dal procuratore in persona, Salvatore De Luca, si legge: “È necessario verificare la natura della documentazione posta in in lettura al Giustini (dal giornalista di Report, ndr) che probabilmente costituisce corpo del reato di rivelazione di segreto d’ufficio”. E poi aggiunge: “Secondo quanto accertato da questo ufficio, in una occasione, il giornalista avrebbe incontrato il suindicato luogotenente in congedo Giustini, non per chiedergli informazioni, ma per fargli consultare la documentazione in possesso del giornalista in modo che lo stesso Giustini fosse preparato per le imminenti informazioni da rendere a questa Procura”.

Non so se è chiara l’ipotesi che avanza la Procura: la redazione di Report avrebbe ottenuto carte segrete, non si sa da quale Procura, e le avrebbe mostrate a Giustini per imbeccarlo. Vedete bene che non si capiscono più, a questo punto, i confini esatti del depistaggio. Cioè non si capisce chi sia il depistatore e chi il depistato, e chi il capo del depistaggio. Si capisce che è un depistaggio clamoroso. Qualcosa di più si capisce, in serata, dopo le dichiarazioni del giornalista perquisito che fa cenno a documenti segreti spariti, ma ritrovati dalla Procura generale di Palermo. Se il giornalista ha ragione è lì che bisogna cercare di capire cosa sia successo e se ci sia stata fuga di notizie e a che scopo. Alla Procura generale di Palermo. Tranquilli: non lo sapremo mai.

Però permetteteci di trascrivere qui un post scritto l’altra sera dall’avvocato Trizzino, avvocato dei Borsellino e genero di Paolo. “Promessi Sposi, capitolo IX. Omicidio della Conversa da parte di Egidio e della Monaca di Monza. A volte – scrive Trizzino – per scoprire il cadavere e quindi gli autori del delitto, bisogna guardare più vicino di quanto si creda: dentro le mura del Convento”. Non ho idea di cosa intendesse dire l’avvocato. E di quale sia il convento…

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Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.