Per chi non abbia conosciuto o abbia dimenticato i metodi con cui fu condotta, sul piano del diritto, la lotta contro il terrorismo in Italia, tra la fine degli anni ‘70 e gli ‘80, può sembrare una bizzarria incomprensibile la cosiddetta “dottrina Mitterrand”, quella che ha garantito a molti imputati e condannati per reati di terrorismo di non essere estradati e il cui spirito è stato confermato dalla sentenza di ieri. Non trattandosi di una legge ma di una ispirazione mai formalizzata è impossibile fissare una data precisa per l’introduzione di quella “dottrina”. Di solito e quasi per convenzione si fa risalire la sua enunciazione a un discorso dell’allora presidente francese del primo febbraio 1985 a Rennes. Il presidente disse allora” Mi rifiuto di considerare a priori come terroristi attivi e pericolosi uomini che ono arrivati in particolare dall’Italia che sono….fuori dai giochi”. Mitterrand assicurò però che la Francia avrebbe negato ogni protezione al terrorismo “attivo, reale, sanguinario”.

La parola chiave era in tutta evidenza quel ripetuto “attivo”. La condizione posta dalla Francia per concedere l’asilo era la rinuncia alla lotta armata. Il concetto fu chiarito alcuni mesi, il 21 aprile, di fronte al congresso della Lega dei diritti umani. Mitterrand parlò chiaramente dei “rifugiati italiani che hanno preso parte ad azioni terroristiche prima del 1981” e che “hanno rotto i legami con la macchina infernale a cui hanno partecipato, hanno iniziato una seconda fase della loro vita, si sono integrati nella società francese”. Questi, concludeva il presidente socialista, “ho detto al governo italiano che erano al sicuro da qualsiasi sanzione di estradizione”. Questa periodizzazione è in realtà arbitraria. Mitterrand si era mosso in questa direzione da subito, appena eletto nel 1981. Il suo primo ministro Pierre Mauroy tracciò subito una linea di demarcazione molto precisa tra “gli irriducibili” e “i normalizzabili”. L’anno successivo il ministro della Giustizia Robert Badinter varò una riforma del diritto d’asilo che andava già decisamente nella direzione poi enunciata dal presidente. La Francia era considerata dagli ex terroristi italiani un rifugio da ben prima che Mitterrand ufficializzasse quell’indirizzo, del resto sulla base di un lavoro a cui si erano dedicati alcuni giuristi, tra cui il consigliere dell’Eliseo Louis Joinet e l’avvocato Jean-Pierre Mignard più numerosi avvocati, ufficiali di polizia e magistrati, su mandato del presidente.

Come si spiega dunque questa disposizione apparentemente incomprensibile dei vertici dello Stato francese? Con i metodi adoperati dall’Italia che scelsero di considerare lo Stato di diritto un optional al quale si poteva momentaneamente rinunciare pur di vincere la battaglia contro le formazioni armate. Il reato associativo fu allargato a dismisura, l’abuso della carcerazione preventiva diventò la norma, la contumacia non costituì ostacolo di sorta nei processi. Ricordava alcuni anni fa l’avvocato Mignard: procedure”. I fascicoli giudiziari che il gruppo di lavoro esaminava rivelavano lacune nelle procedure, impossibilità fattuali, contraddizioni evidenti e persino affermazioni ideologiche da parte dei giudici italiani. Tutto ciò era talmente insolito, mal fatto, frettolosamente arrangiato, che i dossier giunti dall’Italia non potevano far fede”. Mignard nega che Mitterrand abbia mai escluso dalla protezione francese i colpevoli di reati di sangue: “Non vi fu alcuna selezione in base ai crimini e ai reati commessi”. In materia Mitterrand, dovendosi tenere in equilibrio tra la sua dottrina e la necessità di mantenere buoni rapporti con l’Italia mantenne in realtà alcuni margini di ambiguità, resi peraltro possibili proprio dal fatto che la sua dottrina era un’indicazione e un’ispirazione mai tradotta in norme cogenti.

Circa 300 italiani hanno trovato rifugio in Francia grazie alla decisione di Mitterrand ed è opportuno segnalare che in nessun caso il patto con la Francia è stato tradito. Nessuno ha mai usato la Francia come retrovia per proseguire nell’attività terrorista. Nei decenni successivi, però, su quella norma mai formalizzata è stato ingaggiato in Francia un braccio di ferro permanente che ha tenuto in sospeso decine di persone ormai lontanissime dalle scelte che avevano fatto decenni prima. Il primo scacco alla dottrina Mitterrand arrivò nel 2002, quando, sotto la presidenza di Jacques Chirac, fu estradato l’ex br Paolo Persichetti. Due anni dopo, nel 2004, fu decisa l’estradizione di Cesare Battisti, che riparò in Brasile. Nel 2007, presidente Nicolas Sarkozy, fu accolta la richiesta di estradizione per la ex br Marina Petrella, che però non diventò esecutiva perché al caso della ex terrorista, in quel momento gravemente depressa, si interessò la moglie italiana del presidente, Carla Bruni. Gli arresti del 21 aprile 2021 sembrava dovessero chiudere per sempre la vicenda. La sentenza di ieri, implicitamente, ha confermato invece che non c’è emergenza tale da rendere lecita la devastazione dello Sato di diritto. Perché in fondo la differenza tra l’Italia degli anni di piombo e la Francia di Mitterrand era proprio questa.