Se nel mondo della politica c’è una persona universalmente riconosciuta come massimo esperto di finanziamento ai partiti, questa persona risponde al nome di Ugo Sposetti. Più volte parlamentare, nel 2001 diventa Tesoriere dei Democratici di Sinistra, successivamente dal 2004, co-tesoriere degli Uniti nell’Ulivo e poi de L’Unione. Una preziosa memoria storica, un combattente che anche dopo lo scioglimento dei DS, ha continuato a proporre finanziamenti pubblici ai partiti: nel 2011 propone una legge volta a raddoppiare i rimborsi elettorali ai partiti, iniziativa che non viene sostenuta dai Democratici di Sinistra.

«Vedo che oggi – dice Sposetti a Il Riformista – il tema del finanziamento alla politica e ai partiti che secondo l’articolo 49 della Costituzione ne sono l’ossatura istituzionale – torna ad essere sollevato anche da parte di chi, in altri tempi, aveva cavalcato l’onda dell’antipolitica. Me ne compiaccio, ma non per rivincite personali che non ho mai cercato e che non appartengono alla mia storia politica, ma perché ritenevo allora e lo ritengo ancor più oggi che finanziare nella trasparenza i partiti è parte importante di una battaglia per la democrazia».

“Italia come la Bielorussia. Torniamo al finanziamento pubblico o addio alla democrazia”. È il titolo di prima pagina del Riformista di mercoledì. Senatore Sposetti, è un titolo troppo forte?
No, è un titolo azzeccato. Perché coglie un aspetto fondamentale del funzionamento della vita pubblica in un Paese democratico come vuol continuare ad essere l’Italia. Per chi poi viene come me, da una storia di sinistra, da quella, del Pci in primo luogo, la questione del finanziamento pubblico della politica, e in essa dei partiti che anche costituzionalmente parlando, ne rappresentano l’architrave istituzionale, il titolo che hai citato rappresenta la sintesi di quella che ho sempre considerato una battaglia per la democrazia. Certo, i finanziamenti ai partiti devono assoggettarsi a regole certe di trasparenza, i cittadini devono essere messi nelle condizioni di poter avere contezza di come quei contributi sono stati utilizzati, ma non c’è dubbio che l’alternativa all’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti non è stata una politica più trasparente, puliti, ma semmai l’esatto contrario. A prevalere è stata l’opacità e anche un controllo della politica da parte di potentati economici e finanziari privati che nel finanziare questo o quel partito o movimento non l’hanno fatto certo per beneficenza.

«L’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti – ha scritto su questo giornale Gianluca Passarelli – è stata una resa al populismo, alla furia anti-democratica, alla propaganda ossessiva contro le istituzioni che ha lavorato come un maglio…». È così?
Diciamo che le forze democratiche e progressiste a un certo punto hanno pensato di poter “svuotare” il Movimento5Stelle nuotando nelle sue stesse acque. Fuor di metafora, io credevo allora e purtroppo i fatti mi hanno dato ragione, che fu un errore politico quello che commise l’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta, quando nel 2013 il Governo da lui presieduto decise di intervenire duramente sul finanziamento pubblico dei partiti e sugli stessi rimborsi elettorali che furono pesantemente ridotti. Dietro quella scelta c’era, per l’appunto, l’idea di togliere al movimento di Grillo e Casaleggio l’arma propagandistica contro i partiti che rubano i soldi dei contribuenti, che finanziano la casta. La politica come il regno dei ladroni patentati. Mi lasci aggiungere, per verità storica, che sempre nel 2013, in epoca di governo Letta, non superò il vaglio del Consiglio dei ministri una legge sulla regolamentazione delle lobby, mentre invece fu approvata l’abolizione dei rimborsi elettorali. Da vecchio comunista non pentito ma neanche fossilizzato, ho sempre creduto nell’importanza della politica delle alleanze. Ma lo sbracamento, no, questo è altra cosa. Non si contrasta il populismo e chi lo rappresenta andando sul loro terreno, mostrando una subalternità culturale prim’ancora politica. E poi mi lasci fare una battuta tagliente…

Prego
Alla fine, anche quelli che gridavano “neanche un euro ai partiti” oggi litigano per i soldi. Questo avviene nei 5Stelle: la resa dei conti interna, il braccio di ferro in atto con la Casaleggio associati, non ha niente a che vedere con divergenze politiche sul futuro del Paese, su cosa fare per rafforzare la sanità pubblica, in un momento così drammatico come quello che stiamo vivendo con il Covid-19…. Lo scontro è solo questione di soldi. E questo non riguarda, per onestà intellettuale bisogna dirlo, solo i grillini o pentastellati che si dica. Il discorso dei soldi c’entra e molto anche con le due scissioni che hanno riguardato il Partito democratico, in particolare quella di Italia Viva. Me lo lasci dire un po’ brutalmente, “alla Sposetti”: senza i finanziamenti giustamente, e sottolineo giustamente, destinati ai gruppi parlamentari, Italia Viva sarebbe già da tempo Italia Morta… La mia è una valutazione politica fondata sui fatti e non su narrazioni. Semmai ci sarebbe da discutere sul funzionamento del Parlamento e sulla salvaguardia del rapporto fiduciario tra elettore ed eletto. Alcune cose andrebbero dette…

E le dica, senatore Sposetti…
Pensi al recente referendum sul taglio dei parlamentari. Come non vedere l’esistenza di un filo rosso. Permeato dall’incultura dell’antipolitica, che lega l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti con l’idea che le istituzioni funzionano meglio se sono in meno a “mangiarci su”. Hai voglia a sostenere che esiste un disegno riformatore e riformista dietro il taglio dei parlamentari. Se mai ci fosse stato si sarebbe dovuto discutere se non prima, quanto meno dopo il referendum, di una nuova legge elettorale che salvaguardi il principio della rappresentanza dei territori. Così come, senza mettere in discussione il vincolo di mandato, si sarebbe dovuta aprire una discussione seria, dentro e fuori le aule parlamentari, sul vulnus operato da coloro che eletti in un partito finiscono per farne un altro o costruire un altro gruppo parlamentare, e non sempre per nobili ragioni. Invece, il nulla. È chiaro, e a oppormi non sarò certo io che per età sono un cittadino a rischio, che in piena crisi pandemica l’attenzione di chi governa sia indirizzata principalmente su come contrastare questo maledetto virus e su come far fronte ai devastanti effetti sociali che la pandemia sta determinando. Tuttavia, sono dell’avviso che anche in momenti di grande emergenza come quello che stiamo vivendo, discutere di regole che attengono al funzionamento del nostro sistema democratico, non significa perdere tempo o fare esercizi da salotto mediatico, perché, anche dentro il momento drammatico che non solo l’Itala ma il mondo intero, sta attraversando, discutere di democrazia è qualcosa di salutare. E bene fa Il Riformista a rilanciare questa discussione.

Da Tesoriere e parlamentare dei Ds, lei ha portato avanti in solitaria la battaglia perché non venisse abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Quell’isolamento è una ferita che ancora le brucia?
No, non c’è ferita da lenire o rivincita personale da rivendicare. Io ho fatto allora la mia battaglia politica convinto della giustezza delle idee che ne erano alla base. Le battaglie politiche si vincono e si perdono, ma guai a ridurre il tutto a un fatto personale.

Lei parla di regole che presiedano al finanziamento della politica. A tal proposito, c’è chi guarda agli Stati Uniti dove il finanziamento delle lobby ai Democratici e ai Repubblicani, i grandi partiti americani, è trasparente, regolamentato. È a quel modello che dovremmo tendere?
Direi di no. Negli Stati Uniti hanno altre regole e noi non siamo un paese anglosassone. Dovremmo fare piuttosto come la Germania, dove c’è il finanziamento pubblico, garantito dal ministero del Bilancio e da quello dell’Interno. In base ai voti ottenuti, un partito riceve i rimborsi. In più, ogni partito ha a fianco una fondazione. La Cdu per esempio ha la fondazione Adenauer, la Spd ne ha un’altra ancora, i Verdi uguale. Queste fondazioni non devono avere nessun collegamento con il partito, non accettano trasferimenti di denaro ma svolgono attività di studio e ricerca. La via tedesca mi pare più consona alla nostra storia e idea di democrazia che quella americana. E qui un merito me lo prendo, condividendolo con coloro che hanno lavorato a questo obiettivo: da quando abbiamo costituito le nostre fondazioni, come ex Ds, io ho detto di mettere tutto sul sito. Bilancio, sedi di proprietà, chi c’è in affitto. Più sei trasparente, più la politica ci guadagna. Quanto poi ai finanziamenti di privati, non sarò certo io a demonizzarli. Ci mancherebbe altro. Ma una cosa è che un operaio, un impiegato, un mezzadro, no quelli non ci sono più, un libero professionista decidano di dare dei soldi a un partito da cui si sentono rappresentati. Altra cosa è quando i finanziamenti vengono, ad esempio, da grandi multinazionali del tabacco. Penso alla vicenda del finanziamento della Philip Morris alla Casaleggio associati, che Il Riformista ha portato alla luce. In questo non vedo rilevanze penali, ma un problema politico questo sì, visto il peso che la Casaleggio associati, con la sua piattaforma Rousseau e altro, ha sempre avuto nel M5S. E qui ritorniamo al discorso fatto in precedenza sui 5 Stelle che litigano sui soldi…

Tornando al titolo di questo giornale. Un elemento del quale è: i partiti ormai sono “fuorilegge”
Capisco il senso della provocazione, e in parte la condivido pure. Non so se i partiti siano “fuorilegge”. Di certo non stanno bene in salute, e non solo per una questione di soldi. Il fatto è che oggi è la politica ad essere morta. La politica come confronto e anche scontro di idee, di programmi, di visioni…

È anche un problema di classe dirigente?
Non voglio passare per un vecchio nostalgico, perché, al di là della carta d’identità che non mente, non mi sento tale. Che vuole che le dica: nel dopoguerra ci ha detto bene. Nel senso che in quel momento così drammatico per la vita, per il futuro dell’Italia, si è manifestata una classe politica che ha retto la sfida immane di una ricostruzione che non era solo fisica, materiale, ma anche morale e politica. Allora, con i De Gasperi, i Parri, i Togliatti, i Nenni, i Terracini, e l’elenco dei “padri costituenti” sarebbe lunghissimo, ci disse bene. Oggi un po’ meno.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.