«Pensiero unico, dissenso, repressione che fare?»: è questo il titolo della tavola rotonda organizzata dall’Associazione La società della ragione. La presidente, l’ex senatrice Grazia Zuffa, ha spiegato il leitmotiv dell’evento: «I movimenti No Tav così come le Ong che salvano le vite nel Mediterraneo vengono ormai considerati come delle congreghe illegali e non come interlocutori con cui la politica può interagire. Quindi poi arriva la giustizia penale a criminalizzarli, mettendoli così fuori gioco. Si trasformano così in nemici della società e non ci si preoccupa più di approfondire le ragioni delle loro azioni. La giustizia penale diviene strumento di esclusione di chi è fuori dalla legalità: ciò è l’opposto di quello che dovrebbe essere il confronto politico, anche aspro ma che dà a tutti i soggetti la medesima dignità al tavolo della discussione».

A ciò si aggiunge anche che secondo alcuni il carcere, pur dovendo essere una extrema ratio, viene usato per mettere a tacere e infondere paura, si pensi al caso dell’attivista No tav Dana Lauriola: «Esatto. Quel caso ci ha spinti proprio a riflettere sul fenomeno ed è facile accorgersi che il principio dell’extrema ratio è disatteso. Ciò deriva anche dalla richiesta sociale del pugno duro». Ma la magistratura dovrebbe giudicare i singoli casi e non i fenomeni: «Si tratta di una deriva insita nel fatto che la magistratura è divenuta un potere politico più forte della politica». L’ex senatrice Maria Luisa Boccia ha aggiunto: «In un Paese come il nostro che da decenni è in emergenza, in questo periodo di pandemia la crescente sproporzione dell’intervento repressivo contro alcuni movimenti ha trovato giustificazione in motivazioni di “sicurezza” e di “salute pubblica” per attuare il controllo sociale; per esempio i picchetti che sono stati colpiti con interventi della polizia davanti ai luoghi di lavoro perché considerati assembramenti».

Per il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, «rispetto al passato il dissenso viene represso quando trova una forma di manifestazione corporea, cioè quando si fa il picchetto, quando si vanno a prendere le persone in mare e le riportano altrove, quando si costruisce una mobilitazione in una valle; quindi vedo forme di mobilitazione più sotterranee che quando emergono sono esposte all’intervento repressivo, pur mantenendo capacità di comunicazione molto forte». Infine per Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura democratica, «non è possibile esprimere una considerazione su cosa è per sempre il potere giudiziario, più importante viceversa è una critica continua, pubblica e senza sconti ai singoli atti in cui si concretizza l’esercizio del potere giudiziario. Una cosa è certa: i giudici non sono nei fatti, come accredita invece una certa vulgata in voga ahimè nelle latitudini italiane, dei Re taumaturghi che per necessità divina fanno bene alla società; né di per sé i giudici sono dei baluardi della democrazia. Un esempio – e mi allontano dalla vicende nostrane – arriva dal Sud America: da un lato abbiamo una giudice guatemalteca che, per aver scoperto la corruzione di suoi colleghi e politici, subisce una persecuzione dal potere con trasferimenti e inchieste; dall’altro lato in Brasile un giudice come Sergio Moro è diventato l’esempio eclatante di come un giudice possa far cambiare il corso politico di quel Paese, pilotando in maniera occulta e artificiosa il processo a Lula. È necessario quindi verificare in concreto l’attività dei giudici per rendere quel potere democraticamente accettabile, il che non significa renderlo necessitante del consenso. Ogni potere giudiziario comporta necessariamente un tasso di ingratitudine, doveroso perché non si muove sul terreno del consenso e guai se lo facesse».

E conclude dicendo che «nessun giudice è obbligato ad una scelta, che invece è frutto di un bilanciamento di valori. Per esempio, a Genova si possono delineare due modi di agire delle magistrature: una che porta avanti l’idea che non si debba fare sconti alle forze di polizia e agli abusi di potere e che reputa necessaria una indagine imparziale; ma c’è anche un’altra magistratura che sceglie, discutibilmente ma legittimamente in termini di diritto, di abbandonare l’azione penale nei confronti di una rilevante serie di casi che vedevano imputati degli apicali delle forze di polizia, che abbandona ogni criterio di priorità con l’ineluttabile fine prescrizionale di alcuni procedimenti e di alcune contestazioni a carico sempre delle forze di polizia, che, rifiutando un patteggiamento a 5 anni per alcuni militanti del movimento che si erano resi responsabili dei fatti più violenti, dà vita ad un processo che funga da contraltare al processo nei confronti delle forze di polizia.

Le frasi del pm impegnato nel procedimento nei confronti delle forze di polizia sono eclatanti: «L’immagine di neutralità dell’azione del pubblico ministero proprio di un assetto improntato al principio di legalità sembra sostituita dall’assunzione di un obiettivo connesso con la necessità anche di recupero di immagine degli apparati dell’amministrazione, quasi a trasmettere un messaggio della riconciliazione con le forze di polizia sul ritrovato fronte comune questa volta stando dalla parte giusta”. Per me la parte giusta non è quella dell’apparato né quella dei violenti ma in una possibilità che, se proprio non vogliamo essere antichi, non deve essere neppure quella di Creonte».