Le loro foto, i loro selfie, le loro immagini hanno fatto il giro del mondo prima che tutto il mondo scoprisse la pandemia. Li hanno – editorialisti e politici – chiamati “angeli”, li hanno chiamati “eroi” di una “guerra” contro un “nemico invisibile”. Di retorica insomma se n’è sprecata ma ci sono i dati a fotografare ancora meglio e senza alcun bisogno di enfasi aggiuntiva: sono 6.205 i medici e gli operatori sanitari  contagiati, oltre il 9% degli infetti totali da coronavirus nel Paese. E le vittime sono state 41 in tutto.

La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), proprio sulle condizioni di lavoro del personale sanitario, ha scritto alla prestigiosa rivista settoriale, il British Medical Journal. Ai medici italiani – come scrive il presidente Filippo Anelli – vanno innanzitutto garantite misure di protezione e di sicurezza. “È lecito supporre – dichiara Anelli – che questi eventi sarebbero stati in larga parte evitabili se gli operatori sanitari fossero stati correttamente informati e dotati di sufficienti dispositivi di protezione individuale adeguati: mascherine, guanti, camici monouso, visiere di protezione, che invece continuano a scarseggiare o ad essere centellinati in maniera inaccettabile nel bel mezzo di un’epidemia a cui pure l’Italia si era dichiarata pronta solo a fine due mesi fa”. È quindi fondamentale, continua il presidente Fnomceo, sottolineare l’inadeguatezza del “modello ospedalo-centrico per far fronte ad epidemie di questa portata, com’è diventato evidente dopo la chiusura di interi ospedali in Italia per la diffusione dell’infezione tra medici, infermieri e pazienti. Errore fatale è stato e in taluni casi rischia di continuare ad essere l’assenza di percorsi dedicati esclusivamente al coronavirus quanto ad accesso, diagnostica, posti letto e operatori sanitari”. Poiché le epidemie, conclude Anelli, si controllano sui territori, non negli ospedali. E lo si fa attraverso l’identificazione, il doppio screening, il monitoraggio, la sorveglianza.

PROTEZIONI TARDIVE – L’appello sulla pagine del British Medical Journal reclama dunque dispositivi di protezione e tamponi da eseguire in maniera sistematica agli operatori del pubblico e del privato. Dello stesso avviso il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta: “Un mese dopo il caso 1 di Codogno i numeri dimostrano che abbiamo pagato molto caro il prezzo dell’impreparazione organizzativa e gestionale all’emergenza. Inoltre la mancanza di policy regionali univoche sull’esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari, conseguente anche al timore di indebolire gli organici – continua Cartabellotta – si è trasformata in un boomerang letale. Infatti, gli operatori sanitari infetti sono stati purtroppo i grandi e inconsapevoli protagonisti della diffusione del contagio in ospedali, residenze assistenziali e domicilio di pazienti”.

Dispositivi di protezione individuale – quali mascherine, guanti, visiere – sono stati annunciati ma in molte strutture continuano a scarseggiare. La procura di Torino ha aperto un’inchiesta su tale penuria. E Raniero Guerra, direttore vicario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ha ribadito come queste forniture debbano essere completate e come i tamponi vadano effettuati “su categorie mirate, oltre che, ovviamente sugli operatori della sanità”.

IL RITORNO DEI PENSIONATI – In Emilia Romagna una direttiva regionale ha permesso ai medici asintomatici (e volontari) di tornare al lavoro. E sono stati numerosi i medici in pensione tornati a indossare il camice per dare il proprio contributo contro il Covid-19. E ancora più numerosi sono stati gli aspiranti, gli specializzandi convocati in corsia spesso prima del tempo. Al bando, lanciato dal ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia, per la task force di 300 volontari di supporto alle strutture sanitarie regionali hanno proposto circa 7.900 medici. E molti altri sono in dirittura d’arrivo presso alcune delle aree – Brescia, Bergamo, Piacenza – più colpite nel Nord Italia. Nel frattempo continuano a fare il giro dei social le foto come quella dell’infermiera Alessia, come quella dell’infermiera Elena Pagliarini , come quella del medico specializzando Nicola Sgarbi.

“VITTIME DEL DOVERE” – Sulle pagine del Corriere della Sera Paolo Di Stefano si chiedeva se non fosse il caso che  le vittime avessero il “diritto, in memoria, ai benefici che spettano a quelle figure, appartenenti alle forze di polizia e alle forze armate, che la legge definisce ‘Vittime del dovere’: non solo i caduti sui fronti della guerra, della criminalità, dell’ordine pubblico, ma anche quelli che hanno prestato servizio ‘in operazioni di soccorso e di tutela della pubblica incolumità’”. È un’idea. Bisognerebbe pensarci, mentre continuiamo a chiamarli “angeli”, mentre continuiamo a chiamarli“eroi”.