«Ma, essendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa». Alla vigilia del 500º anniversario della morte di Machiavelli, il magistero del «segretario fiorentino», più studiato all’estero che in Italia, ha molto da insegnarci, poiché l’homo politicus nei secoli rimane uguale a sé stesso. Parlo del centro politico: c’è davvero? È un «luogo» esistente o immaginario? È morto con la Prima Repubblica o le è sopravvissuto? E la stessa Democrazia cristiana fu un grande centro o invece una grande destra (con alla sua destra la piccola destra missina), che si contrapponeva al maggiore Partito comunista d’Occidente? Il partito del presidente del Consiglio di ieri (Berlusconi) e quello di oggi (Meloni), della Dc non hanno ereditato il consenso, la rappresentanza sociale e lo spazio politico, insieme a postura internazionale ed «estetica»?

La mia idea è che il centrismo come possibilità autonoma sia tramontato da molti anni: le culture temperate producono buona politica e spirito pubblico solo all’interno di una architettura bipolare; dentro, non fuori dai due schieramenti di centrodestra e di centrosinistra. A tale visione si ispira la legge elettorale la quale non è stata mai inserita in Costituzione, appunto perché ogni stagione della Repubblica possa cucirsi il vestito più adatto. L’opportunismo è una visuale di superficie. C’è da sperare che la Consulta ribadisca il principio. Non è tempo il nostro di predizioni apodittiche: lo vieta soprattutto il mutare repentino delle cose geopolitiche soffiato da una Casa Bianca imprevedibile e cangiante, ma non per questo priva di una strategia globale, che si fa fatica ogni giorno a comprendere, figurarsi a condividere.

Ma ci sono molte possibilità che la soglia del 42% per il premio di maggioranza dello Stabilicum o Melonellum come piace dire alle opposizioni – a destra si sdogani pure il nomen, De Gasperi, ed era De Gasperi, nel suo tempo firmò in prima persona una legge di iniziativa governativa non parlamentare – scatti e non è detto che non scatti per il centrodestra e pure per il polo progressista, come gli amletici sondaggi sembrano indicare. Il che significa, praxis alla mano, che lo spazio il quale rimane alle minoranze terziste è troppo piccolo a fronte di ambizioni troppo grandi.

Come grande è il rischio di finire fuori dalla partita, quando si farà durissima: essere costretti a vederla dagli spalti per un’intera legislatura non è affatto improbabile. Per non pochi moderati – a partire da Calenda e Marattin – sarebbe un gettare via insieme a sé stessi un patrimonio minore ma influente di intelligenze e vocazioni di governo. Uno spreco che l’interesse nazionale non può oggi permettersi. Matteo Renzi per non applicare, a dispetto, il criterio della minore distanza dal centrodestra, rispetto a un centrosinistra egemonizzato dal M5S, è costretto a molti arretramenti e a qualche umiliazione; ma si guarda bene dal non scegliere.

Lo stesso Cateno De Luca, che con il suo gruzzolo dell’uno per cento si è accasato nel centrodestra, esprime una istintualità di territorio che fiuta i rischi del restare fuori. In verità, è proprio il metro della minor distanza da «rive droite» e «rive gauche» la «forma riformista» in cui calare energie e visioni moderate; e, in fondo, il realismo scientifico del «Principe» ha lievitato la cultura di governo della più longeva inquilina di Chigi, molto più che heritage e sentimenti post-ideologici, ai quali appartiene l’acronico charme discret del centro.