Problemi tecnici, il sistema affaticato dai quasi mille accessi, le difficoltà per rendere stabile il collegamento dei penalisti napoletani con la piazza antistante l’ingresso del Palazzo di Giustizia al Centro direzionale in occasione del flash-mob contro il processo telematico, fatto da remoto visti i divieti di assembramento che ancora vigono come misura anti-contagio. Il risultato, dopo la lunga attesa per le connessioni e il caos iniziale della rete, per molti è stato che “Il remoto non funziona nemmeno per dire no al remoto”. Chiara la posizione dei penalisti. Ieri l’ha ribadita, parlando a nome degli oltre 600 sottoscrittori dell’iniziativa di protesta, l’avvocato Raffaele Esposito. Indossando la toga e con voce ferma e decisa ha pronunciato la sua arringa nell’arena social.

“Il difensore è in bilico fra due pericoli mortali – ha affermato, parlando nella piazza dove era stata allestita una bilancia con una toga e uno striscione con l’hashtag #telodicodaremoto #noalprocessodaremoto – Quello del virus in senso stretto, una sorta di allergia della natura senza storia e con un nome acquisito di recente, Covid-19, e quello del virus prodotto dall’uomo e desiderato da tempo immemorabile dal giudice, il processo da remoto che stravolge la struttura ontologica del processo”. Proseguendo con questa metafora l’avvocato Esposito, penalista di lungo corso del foro di Napoli, ha spiegato che se per il virus in senso stretto si prevedono un vaccino e una cura, “il virus della giustizia penale non conosce né vaccino né cure”. Il timore dei penalisti è che questa emergenza, come altre nel passato, tramuti l’eccezione in regola mortificando ulteriormente il ruolo del difensore.

“È venuto il momento di agire, di un agire comunicativo”, ha aggiunto Esposito, appellandosi ai giovani e sottolineando l’esigenza di unità della categoria: “Dobbiamo essere compatti e aperti a tutte le alleanze per una finalità comune e per trovare unità laddove più forti sono le differenze. Il discorso ha affrontato, tra l’altro, il rapporto con la magistratura. “Ormai da molti anni prassi giudiziarie disapplicate hanno squalificato e invalidato il difensore – ha affermato Esposito – Il difensore è stato considerato progressivamente scomodo, poi una turbativa del processo, poi un nemico, poi un soggetto da espropriare e dulcis in fundo il soggetto gettato fuori dal processo. In un delirio di immaginazione il difensore si era convinto, a seguito della costituzionalizzazione del giusto processo, di essersi riappropriato del suo ruolo di garante del diritto, poi l’amara realtà. Il potere giudiziario abusa di sé, il libero convincimento diventa sovranità”.

Non sono state trascurati gli aspetti più pratici, come quelli che ieri mattina hanno reso non immediatamente agevole il collegamento da remoto, e le lacune presenti nel sistema telematico giudiziario, un tema affrontato anche l’altra sera durante il confronto, organizzato dagli avvocati Raffaele De Cicco e Marcella Monaco su una piattaforma online, tra l’avvocato Claudio Botti, tra i più illustri penalisti napoletani, e il giudice Alberto Maria Picardi, consigliere presso la Corte di Appello di Napoli. Un question time, dieci domande, per le due posizioni a confronto: Picardi e il suo sì al processo da remoto secondo i principi del giusto processo, Botti e il suo no al processo telematico per questioni in diritto e più strettamente pratiche con cui replicare anche alle critiche dell’Anm: “Sta passando un’operazione pericolosa secondo cui l’avvocatura impedirebbe l’approccio alla tecnologia. Come si fa a smaterializzare il processo se non si riesce in due settimane ad avere una risposta via mail dagli uffici giudiziari? Ma di cosa parliamo?”