Denys Sak, ingegnere nucleare ucraino di origini russe, detenuto a Regina Coeli, è certo che se l’Italia dovesse decidere per la sua estradizione, in Ucraina sarà sottoposto a processo iniquo, persecuzioni o ancora peggio potrebbe essere ucciso. È stato arrestato mentre era in transito nell’aeroporto di Fiumicino nel luglio 2019. L’Ucraina ha chiesto la sua estradizione ma Sak chiede la protezione internazionale. Intanto il Tribunale ha dato assenso all’estradizione e il suo caso è finito in Cassazione. Sak preferisce stare in carcere in Italia, dove è recluso da un anno, piuttosto che finire 60 giorni (pena che dovrebbe scontare per il reato attribuitogli) nel carcere ucraino di Bakhmut, nel Donbass. Qui imperversa ancora una sanguinaria guerra civile, a pochi chilometri dagli avamposti dei separatisti filorussi. «Ciò che è peggio è che Sak verrebbe subito riconosciuto come russofono all’interno di un sistema filoucraino», spiega Lucas Maria Carlodalatri, suo difensore, specializzato in diritto internazionale, su casi di estradizione e sulla tutela dei diritti umani. Per il lavoro che svolge, l’avvocato conosce bene situazioni carcerarie a livello internazionale, condizioni indescrivibili, molto al di sotto degli standard minimi.

«Spesso i miei clienti sono dirigenti aziendali, accusati nello stato d’origine di reati per fatti privi di rilevanza – spiega l’avvocato – Ci sono sempre altre motivazioni sottese. Gli stati di provenienza danno l’idea che questi imputati debbano essere riportati a casa e lì processati per altri motivi che vanno al di là della giustizia relativa a un reato”. E questo è quello che sarebbe successo anche a Sak, accusato in Ucraina di un reato poco chiaro, una sorta di “truffa” che sarebbe stata commessa ai danni dell’azienda energetica di cui era uno dei dirigenti. Una “truffa” che ammonterebbe a 10.000 euro, reato che in Italia apparterrebbe al codice civile, di cui Sak, ingegnere termoelettrico, privo di precedenti penali o comportamenti irresponsabili, che parla 5 lingue, si è sempre detto innocente. Una cifra ridicola se si considera che aziende di questo tipo fatturano milioni di euro all’anno. L’azienda che avrebbe subito il danno si trova proprio nella zona del Donbass, annientata da quella guerra mai finita, e non si è mai presentata come parte lesa nel processo.

«Tutto lascia presumere che Sak sia ricercato più per un motivo etnico razziale che per questo presunto reato – dice Carlodalatri – Se dovesse finire in Ucraina verrebbe processato perché ucraino traditore dell’Ucraina, scappato in Russia. C’è scritto in più punti negli atti dell’indagine consegnati». Non a caso i guai di Sak sono iniziati proprio nel 2013 con l’inizio di quella guerra civile. Sak ha raccontato cosa è accaduto a un suo compagno di detenzione a Regina Coeli, Roberto Marsili. «Quell’anno Sak nota strane commesse in azienda – racconta Marsili – rifiuta un riciclaggio da parte dei nuovi soci, una filiera di società cipriote che detengono affari con lo stato ucraino ai soli fini di finanziare armamenti in vista della guerra civile che stava per cominciare, Sak si rifiuta di firmare, lo prelevano a casa degli “emissari” dei nuovi soci, lo picchiano, lo vessano per circa 2 milioni di euro e lo obbligano a firmare». Così Sak mette al sicuro la sua famiglia e fugge in Russia perché per lui non ci sono autorità di cui si possa fidare.

Ha abbandonato società e patria, riscoprendosi un pittore quotato negli Emirati Arabi, coltivando la pittura che era solo una passione. E proprio durante un viaggio di lavoro è stato intercettato a Fiumicino e adesso rischia di tornare nel luogo da cui è fuggito, in quella striscia di terra dove l’Ocse ha riscontrato 300 violazioni al cessate il fuoco ogni 2 giorni, persecuzioni di singoli se non di interi gruppi sociali, processi iniqui contro gli oppositori, nonché difficili e pericolose condizioni di vita e violenza generalizzata nelle carceri. Bakhmut è uno di questi, dove i diritti umani sono sconosciuti. A raccontarlo sono numerosi report di organizzazioni umanitarie e agenzie di stampa come Spektr.Press: le celle sono piccole e sovraffollate, non c’è presidio medico, le guardie sono sottodimensionate, i detenuti possono uscire dalle celle per soli 60 minuti al giorno in un regime di vita durissimo, senza luce e aria, gettati tra muffa e insetti, in condizioni igienico sanitarie precarie, hanno “diritto” a una sola doccia a settimana e non sono ammesse nemmeno le visite.

«Più volte le forze dell’ordine davanti all’avanzata degli indipendentisti sono scappati lasciando al loro destino i detenuti chiusi nelle celle», racconta l’avvocato Carlodalatri, che ha studiato con grande attenzione cosa succede in quella zona. «La struttura è stata scelta come punto di base per il transito dei prigionieri filorussi da riconsegnare alle autorità russe – spiega l’avvocato – ed anche per i detenuti nazionalisti che vengono riconsegnati dalle autorità separatiste o della federazione russa creando molteplici occasioni di attrito. In questo contesto il Signor Sak è doppiamente a rischio: agli occhi dei nazionalisti è un russofono ed agli occhi dei separatisti un imboscato». La richiesta di protezione internazionale è stata avviata tra le mille difficoltà che incontra un detenuto che non può recarsi in Questura per farsi identificare. Ma la pandemia ha bloccato l’iter mentre il processo è arrivato in Cassazione.

L’Italia sulla carta offre garanzie di protezione agli estradati come la visita del console che dovrebbe andare a controllare le loro condizioni. Ma contando che sono circa 500 le estradizioni all’anno risulta difficile credere che questo succeda davvero. Davanti alla corte per i diritti umani ci sono altri 120 ricorsi identici contro l’Ucraina. «Il nostro Paese è sempre tra i primi firmatari di tante azioni per la tutela dei diritti umani a livello internazionale – conclude Carlodalatri – Eppure permette che uomini come Sak vengano rispediti nei loro paesi di origine, dove non ci sono diritti». Se Sak dovesse essere estradato potrebbe rimetterci la vita, con la connivenza dei giudici italiani.