Nel 2018, in occasione delle elezioni politiche che formarono il Parlamento tuttora in carica, Il Movimento Cinque Stelle si collocò inequivocabilmente come il primo partito del paese, ottenendo il 32% dei voti e conquistando così un gran numero di Deputati e Senatori, ciò che lo portò ad assumere responsabilità di Governo. Poi, come si sa, iniziò il declino, che è tuttora in corso. Tanto che oggi, stando ai sondaggi di Eumetra e di altri istituti, i grillini vengono stimati a molto meno della metà dell’elettorato di allora (14%), pur continuando a far parte dell’esecutivo. E, quel che è peggio, il trend delle intenzioni di voto è decrescente: in un mese i 5S hanno perso due punti e tutto fa pensare che, se si votasse davvero oggi, il risultato dei pentastellati sarebbe ancora inferiore a quanto indicato dalle ricerche.

Ma Giuseppe Conte, che fu incaricato allora di presiedere il primo Governo di cui facevano parte i grillini, pur senza avere alcuna esperienza in questo senso, si deve essere nel frattempo appassionato alla politica. Al punto che, conclusa la sua esperienza governativa, ha accettato di mettersi al comando dei 5S e di provare a farli uscire dalla crisi in cui ancora oggi si dibattono, sia a livello del nucleo dirigente, sia sul piano dei consensi popolari. Il compito è chiaramente tutt’altro che facile, perché si tratta di dare una nuova identità e un nuovo posizionamento al partito, senza rinnegare completamente i valori del passato, ma cercando al tempo stesso di formare e di realizzare un’immagine nuova e, se possibile, attraente per nuovi settori di elettorato. È, insomma, un vero e proprio destreggiarsi tra tradizione e innovazione: gli equilibrismi sulla regola che vieta di godere di più di due mandati elettivi, emersi proprio in questi giorni, sono un esempio della complessità dell’operazione.

Nello svolgere il suo incarico, Conte può avvalersi vantaggiosamente della sua tuttora grande popolarità, che lo colloca, subito dopo Draghi, ai massimi livelli del consenso espresso dagli italiani. E che, per ora, non accenna a diminuire. Questo, accanto al suo modo convincente (per i suoi elettori) di comunicare è il suo grande atout. Ma, al tempo stesso, questo costituisce uno dei suoi problemi principali: si tratta infatti di far durare – e se possibile accrescere – nel tempo questa popolarità, almeno fino alle prossime elezioni. Col problema che, secondo gran parte degli analisti e degli osservatori, queste consultazioni avranno probabilmente luogo solo alla scadenza naturale del Parlamento che, come si sa, è prevista tra molto tempo, nel 2023. Come rimanere popolare per un periodo politicamente così lungo, dirigendo un partito che appare oggi spesso indeciso (o addirittura conflittuale internamente) sul da farsi?

Conte sembra, per ora, guardare in tutte le direzioni, con l’intenzione, forse, di creare una sorta di partito pigliatutto sul modello della Dc o, per certi versi, del Pd. Una forza politica certo assai più tradizionale e integrata di quello che sono stati i 5S: la riabilitazione dello stesso termine “onorevole” (un tempo bandito con infamia dai grillini, con addirittura una proposta di legge per abolirlo) ne è un indicatore. Ma si tratta di un obiettivo assai arduo da raggiungere. Mettere d’accordo chi vuole mantenere o forse anche accentuare l’assistenzialismo che è stato spesso promosso sin qui dai Cinque Stelle (ad esempio con il reddito di cittadinanza) e che viene ancora sostenuto da molti leader e militanti con chi guarda invece con simpatia (e lo stesso Conte sembra farlo) al dinamismo economico e imprenditoriale costituisce una sfida per certi versi titanica. Al tempo stesso, anche la scelta pro-europea, cui Conte pare guardare con favore, cozza con certi valori tuttora presenti nel (residuo) elettorato grillino.

Ancora, c’è da decidere se schierarsi decisamente con i valori del riformismo o mantenere, sia pure in modo più attutito, gli atteggiamenti antisistema che tanto consenso ebbero in passato tra i grillini e favorirono i loro successi di un tempo. Non ultima, viene la collocazione internazionale: la diserzione “per impegni familiari” da parte di Conte all’incontro con l’ambasciatore cinese a Roma (incontro invece fortemente voluto e attuato da Grillo) suggerisce la ruvidezza dello scontro interno in atto. Sono tutte contraddizioni pesanti, nelle quali Conte è costretto a navigare, barcamenandosi sin qui un po’ di qua e un po’ di là.

C’è poi il tema, altrettanto complicato – ma altrettanto cruciale – delle alleanze. I Cinque Stelle fanno parte in questo momento di un governo di ampia coalizione, nel quale partecipa la maggior parte delle forze politiche. Ma, anche in vista delle prossime consultazioni amministrative, si tratterà di chiarire bene il proprio posizionamento.
L’alleato principale dei pentastellati diretti da Conte è in questo momento il Pd. Ma come caratterizzarsi più nettamente riguardo quest’ultimo? Come distinguersi con un’immagine e un’identità autonome e riconoscibili? La collocazione ideale deve essere tendenzialmente sulla sinistra dei democratici, tentando così di conquistare le fasce di elettorato insoddisfatte da alcune scelte di questi ultimi? O è meglio guardare al centro? Questa specie di strabismo può servire a Conte per pescare voti in un bacino largo, ma può anche rovesciarsi contro di lui. Molto dipenderà anche da cosa faranno gli altri partiti e in particolare il Pd, che ha problemi non del tutto dissimili.

Parrebbe esclusa, comunque, la possibilità che il Movimento (o partito) di Conte passi all’opposizione del governo Draghi. Ritrovarsi a far coppia con FdI, dalla parte opposta dello schieramento politico, lo condurrebbe a confondersi con Leu, ed a perdere ogni credibilità come riformista filoeuropeo. Ma le difficoltà per l’ex premier non finiscono qui. Rimane aperto il fronte interno. Certo, in parte il conflitto con Casaleggio si è attenuato: la lista degli iscritti è ormai stata consegnata e una nuova piattaforma sembra disponibile per il movimento, a Viterbo piuttosto che a Milano. Ma Conte deve vedersela non solo con i potenziali elettori da attirare, ma anche con Grillo, da una parte, che vuole restare il garante del soggetto politico da lui creato, e i grillini governisti, dall’altra, che, come il nuovo leader, si sono appassionati alla posizione che hanno nel governo e in Parlamento.

Su questi ultimi incombe una duplice spada di Damocle: la riduzione fortemente voluta da loro stessi del numero dei parlamentari e la regola dei due mandati, ribadita ora da Grillo. Scegliere fra chi può essere salvato e chi, invece, è destinato a perdersi per strada non è facile per l’avvocato di tutti. Che, per ora, su questo tema usa abilmente la tattica del rinvio.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino