È di qualche giorno fa la notizia dell’assoluzione in via definitiva dei genitori del direttore Matteo Renzi, un calvario giudiziario e mediatico da far tremare i polsi. Due signori distinti di provincia, piccoli imprenditori, dipinti in questi anni come due criminali della peggiore specie, con un solo vero obiettivo ovviamente: colpire l’allora Presidente del Consiglio in carica, nello specifico Segretario del PD e non aderente ai caminetti di certa sinistra interessata da un intreccio nel quale si confondevano i confini tra magistratura militante e giornalismo d’accatto, più che d’assalto.

È la storia non solo di Matteo Renzi, ma di una generazione di classe politica che da Tangentopoli in avanti si è vista delegittimata e i principi costituzionali del garantismo messi in soffitta e sostituiti dalle veline delle procure, dagli avvisi di garanzia ricevuti sulle prime pagine dei quotidiani, le inchieste pilotate e confezionate ad hoc, il tutto nell’imbarazzo, nel silenzio e nell’ipocrisia generale di chi, sepolcro imbiancato, non sa fare altro che camminare fischiettando dinanzi al burrone.

Potremmo parlare diffusamente della commistione del circuito mediatico politico-giornalistico-giudiziario, ma è tema più che mai battuto e affrontato, ma mi preme sottolineare come a mio avviso un aspetto poco considerato, sia costantemente passato in sordina: ci siamo forse mai resi conto che la nascita e la prosperazione di questo clima infame (cit.), terreno fertile per la cultura del sospetto, ha rappresentato l’humus culturale per l’emersione del populismo anticasta e il conseguente aumento della sfiducia dei cittadini nelle istituzioni?

Quanti abbiamo sentito dire “Io in politica? Ma figurati, con quello che poi fanno i magistrati e dicono i giudici!” oppure quanti nostri vicini, amici e cari dinanzi a piccoli ma costanti abusi, sia del pubblico che nel privato, non denunciano più perché “Se poi mi si ritorce contro? Meglio di no…”. O ancora, quanti non votano perché “Nah, tutti corrotti, inquisiti, una massa di delinquenti ecc.”.

Possiamo dire senza ombra di dubbio che il circo, più che circuito, mediatico-giudiziario, ha messo in scena una grandissima opera di obnubilamento di massa che ha costruito un loop narrativo dal quale è impossibile uscire come cittadini, di cui ne siamo vittime, ma al contempo carnefici, e allo stesso modo spettatori ma anche protagonisti.

Oggi guardiamo Black Mirror meravigliandoci degli scenari distopici che ci propone il prodotto editoriale di grande successo su Netflix, ma provando a riavvolgere il nastro e ipotizzando che lo sviluppo tecnologico avesse potuto dare l’opportunità ai nostri nonni di vedere una serie TV del genere, con uno sforzo di immaginazione pensiamo a un episodio della serie, visto negli anni ’80. Un episodio sull’evoluzione della democrazia italiana e nel rapporto tra politica e potere giudiziario: personaggi politici letteralmente perseguitati con poi centinaia di assoluzioni, redazioni di giornale trasformate in procure della repubblica, inchieste giornalistiche e giudiziarie ad orologeria, vita privata spiattellata sui giornali, assenza culturale totale del concetto di privacy, informative giudiziarie ottenute tramite le prime pagine dei giornali, magistrati che invitano a stringere cordoni sanitari intorno a singoli politici, giudici che dicono che non esistono innocenti in una società ma solo colpevoli non ancora scoperti, presunte logge massoniche di magistrati e fauna di contorno costituitesi con l’obiettivo di controllare, gestire e dare ordine alla spartizione del potere giudiziario, cittadini comuni impauriti dal denunciare per paura di ritorsioni, persone che non scendono in politica per paura della scure mediatico-giudiziaria, porte girevoli tipo Yo-yo tra magistratura, parlamento e giornali, giudici che vengono accusati e condannati per molestie sessuali e non subiscono una condanna che sia una se non di carattere disciplinare, errori giudiziari gravissimi mai puniti, assenza di responsabilità civile dei magistrati, ammissioni , non smentite, dopo anni di trattative tra inquirenti e politici in cui i primi chiedevano ai secondi di lasciare la politica in cambio di un salvacondotto nelle inchieste, e l’elenco potrebbe andare avanti per molto.

Come sarebbero rimasti gli spettatori di quella serie negli anni ’80, dove si iniziavano a intravedere alcune di queste storture, ma era probabilmente impensabile una degenerazione a livelli sudamericani della nostra democrazia?

Non lo sapremo mai, ma possiamo dirci con onestà intellettuale che, se oggi la partecipazione e la fiducia nelle istituzioni, e quindi nella democrazia, è così bassa, è anche a causa di questo imbarbarimento che ha annientato la separazione dei poteri, la piena tranquillità rispetto alla sfera privata di ogni libero cittadino, abiurato su ogni tipo di principio fondativo garantista della nostra democrazia.

Altro che Bonnie e Clyde, qui viviamo nella distopia e ne siamo così avvolti e immersi che neanche ci rendiamo più conto dell’artificio creato e costruito intorno a noi, proprio come nell’ultima stagione di Black Mirror: ma una breccia, un lieto fine c’è, sta a noi costruirlo giorno per giorno, erodendo il duro scoglio del giustizialismo come le gocce del mare che si infrangono su di esso, ancora e ancora.

Avatar photo

Nato nel 1995, vivo a Trieste, laureato in Cooperazione internazionale. Consulente per le relazioni pubbliche e istituzionali, ho una tessera di partito in tasca da 11 anni. Faccio incontrare le persone e accadere le cose, vorrei lasciare il mondo meglio di come l'ho trovato. Appassionato di democrazia e istituzioni, di viaggi, musica indie e Spagna