Si parla molto di Bergoglio Papa Francesco – e della Chiesa. Ma non sempre a proposito. Ad esempio qualche giorno fa Scalfari ha dedicato il suo ennesimo commento affrontando un tema di cui conosce pochissimo, come si capisce bene dall’inizio dell’articolo: “In queste ore si sta confermando un accordo intellettuale di grande interesse nella Chiesa cattolica e non soltanto. Si tratta di una intesa tra i due Pontefici: papa Francesco e papa Ratzinger, il dimissionario dalle sue funzioni di un tempo ma pur sempre titolare delle sue teoriche funzioni che dureranno fino a quando la sua vita glielo consentirà”. Dimissionario ma titolare delle teoriche funzioni? Qui veramente siamo di fronte ad una confusione mentale piuttosto accentuata. Pazienza; agli anziani “fondatori” si perdona tutto, non però offendere l’intelligenza dei lettori. È più preoccupante la confusione della tesi espressa dall’articolo: nel dialogo con il mondo “tutte le decisioni della massima importanza che i Papi possono prendere potranno e dovranno essere da entrambi concordate ed attuate”.

Ma davvero? Francamente non vedo Ratzinger prendere decisioni, a 93 anni, avendo rinunciato al peso del papato e delle decisioni da prendere a causa dell’età. Ma poi ‘quali’ decisioni? Bergoglio ha stabilito da solo di riprendere a viaggiare dedicando all’Iraq la prima méta del 2021. Decisione coraggiosa e inedita. Da solo ha messo a punto la lista dei cardinali appena nominati, inserendo – finalmente! – il primo afro-americano. Il che ha portato l’esimio quotidiano “Domani” a titolare, ieri (il lettore scusi il gioco di parole, ma era irresistibile…!), in merito ad un “atteggiamento riparatore” della Chiesa di Francesco nei confronti della componente nera del mondo cattolico statunitense. Forse non basta un cardinale nero (uno solo!) per quanto arcivescovo di Washington, a riequilibrare equilibri ben più complessi e strutturati. Il problema della Chiesa Usa non è il “razzismo”: quello è un problema della società che si riflette anche nella Chiesa.

Semmai il problema della Chiesa Usa è la “svendita” alla politica, la estrema polarizzazione perché i centri di potere economico-finanziario stanno cercando di acquisire pezzi di mondo cattolico in funzione politica. Non piace la visione “green” e socialmente impegnata di Papa Francesco: questo è lo snodo, da qui l’impegno a staccare settori ecclesiali attirandoli con finanziamenti, mascherati da sirene teologiche. Il Papa? Sarebbe eretico; svende i veri valori (quali sono?) del Vangelo; non conosce la Tradizione. E siamo al comico (quasi): dire ad un gesuita di non conoscere la Tradizione è veramente il colmo.

Il nostrano fondatore di “Repubblica” si dimostra capace di superare perfino i maestri nordamericani della manipolazione e confusione per dividere la Chiesa. Scrive infatti: “È ovvio ricordare che esistono religioni diverse, storie diverse che rimontano a tempi lontanissimi, Francesco e Ratzinger si divideranno il compito di aver contatti di grande interesse con le religioni parallele a quella cattolico-cristiana. Pensate ai valdesi, ai cinesi, ai russi, agli irlandesi, ai turchi. I due Pontefici della Chiesa romana guidano la Chiesa cattolica nella sua presenza nelle Chiese di tutto il mondo. Questo è il futuro e non ci dimentichiamo le particelle elementari che ruotano intorno al principe di Salina. Speriamo bene”.

Invito a rileggere bene queste frasi. Religioni parallele? Quali poi: i “valdesi” che sono cristiani e peraltro sono pochissimi? E dopo di loro “cinesi”, “russi”, “irlandesi”? Ma qui siamo alla svendita del ridicolo! I “cinesi” sono una religione? E perché non una categoria ontologica? Suvvia! I “russi” poi sono cristiani (ortodossi) e si arrabbiano molto quando i cattolici (cristiani) se lo dimenticano. Gli “irlandesi” sono cattolici e i “turchi” (mamma li turchi!) semmai sono musulmani ma neanche troppo integralisti a confronto con altri.
In più ci tocca leggere che Francesco e Ratzinger si dividono i compiti? Francamente non ce li vedo, a ricevere leader religiosi un po’ l’uno un po’ l’altro, soprattutto pensando al papa emerito e agli anni che porta con sé. E avendo voluto lui rinunciare proprio al papato.
L’arte di far litigare un papa col predecessore, i cardinali tra loro e con il papa, e i vescovi con i cardinali, o i sacerdoti con il vescovo, è un trucco giornalistico abbastanza vecchio, molto sciocco, del tutto inutile a descrivere le situazioni; figuriamoci poi quando vogliamo analizzarle!

La realtà è complessa e i problemi da affrontare sono sul tappeto dal giorno dopo la fine del Concilio Vaticano II e parliamo del 1965! Un certo teologo che ha partecipato al Concilio, il prof. don Joseph Ratzinger, negli anni immediatamente successivi aveva messo nero su bianco le questioni da risolvere: il rapporto tra chiese locali e Santa sede, il ruolo dei teologi e gli eventuali limiti alla libertà di ricerca teologica (soprattutto con le altre religioni), il linguaggio con cui esprimere in maniera comprensibile le verità di fede ad un mondo scristianizzato. A ben guardare sono problemi di oggi, rimasti irrisolti. Non li hanno sciolti i papi dal 1965 a oggi e neppure il cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per un ventennio, poi diventato papa.

Francesco ci prova. Non a caso è un papa che non ha preso parte al Concilio ma ne ha compreso bene lo “spirito”, venendo dall’America Latina e in base alla tradizione gesuita molto solida e innovativa sul tema dei rapporti tra una teologia imbevuta di concetti occidentali e le tradizioni culturali diverse. Se i problemi sono gli stessi – almeno di fondo – forse la soluzione messa in atto in questi decenni non è stata efficace e sarebbe da cambiare. In che modo? La risposta c’è ed è relativamente semplice. Papa Francesco la esprime con il termine “sinodalità”. Termine indigesto – forse soprattutto agli estensori degli articoli citati – con cui si vuol dire che la Chiesa dovrebbe “camminare insieme” e trovare soluzioni nel dialogo, nel dibattito, pregando, e smettendo di dividersi come fosse un parlamento o un partito politico.

Facile a dirsi, difficile a farsi se pensiamo che la formazione (nei seminari per diventare sacerdoti e poi pensando a quando vengono nominati vescovi, cardinali o papa), non prevede uno specifico percorso di preparazione in “sinodalità”. Non la si studia sui libri, a quanto pare. La formazione del clero in fondo è piuttosto individualista, poiché alla fine quando un sacerdote va a fare il parroco, diventa lui l’unico responsabile di tutte le attività. Non gli si può chiedere di avere mentalità sinodale con i laici della parrocchia, quando dal vescovo a dare spiegazioni ci deve andare da solo. E se al vescovo non piace il modo di lavorare del parroco, lo sposta o lo rimuove e tanti saluti alla parrocchia ed ai laici che magari non sono d’accordo col vescovo. E tanti saluti alla sinodalità.

Allora intervenire sugli snodi di fondo è molto complesso. In una struttura ampia, diversificata, multiculturale, come è la Chiesa cattolica, procedere sui tentativi dell’unità e della strada “sinodale” è facile a dirsi. Molto difficile a farsi poiché non esistono meccanismi rodati e consolidati di “sinodalità”. Inventarli sarà un compito da papi del futuro, sperando non si mettano in mezzo troppi laici impreparati a fornire lezioni non richieste. Soprattutto dannose o incompetenti.