Alzare un cordone sanitario o provare ad attrarre le forze oggi ritenute filo-russe nel perimetro delle democrazie europee? “Maledire” i partiti populisti che simpatizzano per Mosca o dare loro una chance per liberarsi di quella ipoteca? La questione essenziale che agita le opinioni pubbliche e gli assetti politici in Europa sta in questi due corni. Un segnale forte, importante, è venuto da Parigi, dove Le Pen e Bardella hanno impresso una svolta alla linea del Rassemblement National.

Al termine di un giro di consultazioni con le leadership dei partiti convocato all’Eliseo da Emmanuel Macron per condividere informazioni riservate dei Servizi segreti d’Oltralpe (ed europei), sulla minaccia costituita dalla guerra ibrida del Cremlino in Francia e in Europa, i due leader della destra hanno messo nero su bianco che Rn non tollererà mai “che una potenza straniera, in questo caso la Russia, possa sperare di dettare direttamente o indirettamente la politica del nostro Paese attraverso l’intimidazione, la minaccia, la destabilizzazione o la pressione psicologica”. Certo, nella dichiarazione dei due capi della “droite” c’è molto della tradizione di indipendenza nazionale, dell’heritage gollista alla cui influenza storica ed estetica non è mai sfuggita nessuna formazione o personalità politica francese – incluse quelle della gauche, come François Mitterrand – ma di sicuro oggi l’elettorato moderato ha minori remore nel saltare le pietre di confine della “diabolization” e votare liberamente per Marine Le Pen alle elezioni presidenziali del 2027.

La svolta va oltre i confini francesi e si pone nella scia dell’esperienza di Giorgia Meloni in Italia: un dato che va incoraggiato, nell’ottica di un allargamento e rinnovamento del discorso pubblico europeo, col quale fanno sistema le nascenti intese di Bruxelles con Canada e Australia, grandi Paesi che riscoprono le proprie radici nel Vecchio Continente, come antidoto a eccessi e rotture della presidenza Trump. Ma oggi il punto politico ineludibile per il centrodestra italiano da un lato e la formazione guidata da Roberto Vannacci dall’altro è: il Futuro nazionale del Generale-eurodeputato è in grado di sottoscrivere un documento come quello di Le Pen e Bardella? È o si sente Vannacci libero di mettere la firma sotto una dichiarazione politica come quella della “droite” d’Oltralpe? Se così fosse, al di là degli artifici verbali del leader di Fn e del filo spinato eretto dal centrodestra nei suoi confronti in ossequio alla dottrina “all clear on the right”, la dichiarazione sarebbe una replica convincente alla tesi del partito del primo ministro e della sua coalizione secondo la quale oggi Vannacci sarebbe la quinta colonna italiana di Putin e dello stesso polo progressista – in perfetta assonanza con le tesi “no armi a Kyiv” di Giuseppe Conte – per far perdere il centrodestra alle politiche dell’anno prossimo. Un sospetto che oggi ha fondamento.

Un impegno di segno “lepenista” avrebbe un doppio effetto: il primo sarebbe quello di sottrarre il Generale alle martellate del “voto utile” che Meloni ha cominciato a sferrare sull’elettorato di destra, non indifferente alla tradizione e alla simbologia della “fiamma”, della quale è depositaria la prima premier che viene dalla “rive droite”; è un dato che Futuro nazionale sembra oggi sottovalutare. Il secondo effetto sarebbe quello di liberare Vannacci dall’accusa di essere un cavallo di Troia del Cremlino. Un nodo che il capo di Fn, giudicato un bravo comandante e un collaudato stratega, dovrà presto sciogliere: hic Rhodus, hic salta. Vannacci seguirà il modello Le Pen? Nascerà il campo largo del centrodestra, dato vincente in partenza? Lo vedremo, vivendo un altro po’.