Il premier Mario Draghi non è stato certamente tenero con le Regioni durante il suo recente intervento in Parlamento: «Mentre alcune seguono le disposizioni del Ministero della Salute, altre trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale». Davanti a questa netta presa di posizione, alcuni si sono stracciati le vesti e altri sembravano caduto dal classico pero. Eppure le tanto vituperate Regioni esistono dall’ormai lontano 1970 e la pandemia tormenta l’Italia da più di un anno. Ed è paradossale che, in tutto questo tempo, nessuno si sia accorto delle discutibili performance offerte tanto dallo Stato centrale quanto dalle sue articolazioni periferiche.

Le difficoltà delle Regioni sono sotto gli occhi di tutti. A fronte di alcune che hanno vaccinato quasi l’intera popolazione, infatti, ce ne sono altre che al momento non sono riuscite a immunizzare più di un terzo della popolazione residente. In molti casi sono state apertamente violate le indicazioni fornite dal governo Draghi in ordine alle categorie da sottoporre a terapia anti-Covid con priorità. Nel caso della Campania, che ieri ha fatto sapere di aver finora vaccinato poco più del 60% degli over 80, hanno fatto discutere, da una parte, la corsia preferenziale che il governatore Vincenzo De Luca sembrava pronto a garantire a determinate categorie come quella dei giornalisti e, dall’altra parte, le incertezze con cui i pazienti fragili hanno dovuto a lungo fare i conti.

I fallimenti e le opacità delle campagne vaccinali condotte nelle varie regioni italiane, però, non devono diventare l’alibi per uno Stato centrale che ha offerto – e, per certi versi, continua a offrire – pessime prove di sé. Non si possono ignorare, infatti, i punti deboli dell’organizzazione che il Governo nazionale ha allestito in vista della campagna vaccinale e che l’ex presidente della Consulta Sabino Cassese ha magistralmente messo in evidenza sulle pagine del Corriere della Sera: la mancata attivazione di una piattaforma unica, l’indicazione di obiettivi senza chiarire gli standard di performance da rispettare, l’assenza di un coordinamento costante e di un monitoraggio continuo sulle somministrazioni dei vari tipi di siero, la carenza di meccanismi sanzionatori o sostitutivi nei confronti delle Regioni inadempienti oltre che di strutture attraverso le quali i cittadini possano segnalare eventuali disfunzioni.

Tutto ciò che cosa vuol dire? Che buttare via il bambino con l’acqua sporca non ha senso. Il regionalismo è ormai un dato acquisito della vita pubblica, oltre che un elemento imprescindibile dell’impalcatura costituzionale del nostro Paese. Allo stesso modo, soprattutto quando l’obiettivo comune è di particolare rilevanza, occorre che lo Stato torni a fare lo Stato, cioè a interpretare l’indispensabile ruolo di coordinamento tra le istituzioni. In concreto, ciò significa soltanto soltanto una cosa: imparare a cooperare. E, in questo senso, lasciano ben sperare le dichiarazioni di Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna e presidente della Conferenza Stato-Regioni, che ieri ha sollecitato un confronto col Governo sulla campagna vaccinale e sul Recovery Plan. Perché, mai come in questo momento, è di sinergie che si sente il bisogno. Non certo di fughe in avanti, accuse, repliche e polemiche.