Nel suo editoriale pubblicato su Il Riformista del 28 luglio, Rodolfo Belcastro pone un tema cruciale per la sostenibilità dei modelli di difesa in Occidente. L’analisi pone l’accento sul ruolo dei grandi attori dell’innovazione tecnologica. È comprensibile: sono i soggetti che sviluppano le piattaforme, vincono i grandi programmi, dialogano con i governi. Ma la guerra dei costi che si sta imponendo — dove un drone da poche migliaia di euro può obbligare l’avversario a rispondere con un intercettore da milioni — non si vince solo ai piani alti dell’industria. Si vince anche, e forse soprattutto, nella capacità di mobilitare in fretta tecnologie e filiere, che vanno portate al centro del dibattito strategico.

La logica dell'”arma più sofisticata per ogni minaccia” è insostenibile nel tempo: efficace scambio dopo scambio, ma dispendiosa sul piano industriale ed economico. La risposta più discussa è la difesa stratificata: sistemi costosi riservati alle minacce complesse, soluzioni più economiche per saturare le difese a basso costo, guerra elettronica, laser, Intelligenza Artificiale. Ma stratificare significa anche diversificare i fornitori: avere accesso a tecnologie alternative, spesso più agili, capaci di essere adattate rapidamente senza passare per i cicli di sviluppo lunghi e costosi tipici dei grandi programmi.

È qui che entra in gioco il valore del tessuto industriale diffuso: piccole e medie imprese, spin-off universitari, aziende nate in settori adiacenti alla difesa che possiedono competenze trasferibili. Non sostituiscono i grandi gruppi, ma possono accelerarli, offrendo soluzioni puntuali che i grandi programmi non hanno il tempo o l’incentivo di sviluppare da soli. Un caso interessante arriva dal settore spaziale, che con la difesa condivide sempre più tecnologie e sfide. Realtà come la padovana T4i sviluppano sistemi propulsivi per l’accesso allo spazio basati anche su componenti e soluzioni derivate dal settore automobilistico; un ambito che ha investito decenni in affidabilità, produzione di scala ed efficienza dei costi. Applicare questo know-how alla propulsione spaziale non è solo un esercizio di ingegneria: è un modo per abbattere i costi di sviluppo e produzione, esattamente il problema al centro del dibattito sulla deterrenza sostenibile.

Se opportunamente integrate nella filiera più ampia – attraverso partnership con i grandi gruppi, programmi di finanziamento come l’EIC STEP Scale Up Defence o iniziative europee come SAFE – queste tecnologie possono fornire ai grandi player un accesso più rapido e meno oneroso a componenti critici, e alle istituzioni un ventaglio di opzioni difensive più ampio e meno dipendente da pochi fornitori. Il punto non è stabilire se una piccola azienda possa competere da sola con i colossi della difesa: non è questo il terreno di gioco. Il valore nasce dalla combinazione, dalla capacità di far dialogare le competenze di nicchia con l’integrazione di sistema che solo i grandi gruppi possono garantire. Leonardo su radar e comando e controllo, MBDA Italia sulla difesa missilistica, ELT Group sulla guerra elettronica, Fincantieri sull’integrazione navale: a questo elenco si possono affiancare, caso per caso, le tecnologie sviluppate da realtà più piccole, capaci di portare soluzioni innovative in tempi e a costi che i grandi programmi difficilmente riescono a replicare da soli.

In un contesto in cui la deterrenza si misura non solo in capacità, ma in sostenibilità economica e velocità di adattamento, valorizzare questa filiera allargata – grandi player, PMI, centri di ricerca, spin-off industriali – non è un esercizio retorico di inclusione, ma una scelta strategica. È la somma di competenze diverse, più che l’eccellenza isolata di un singolo attore, a poter garantire all’Europa e all’Italia un vantaggio reale nella nuova economia della deterrenza.

Daniele Pavarin

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