Le informazioni inedite
L’ex 007 Mancini: “Iran spaccato, tre gruppi in lotta tra loro per il post-Khamenei. Italia dentro un doppio mirino, Putin è di fronte alle nostre coste”
Marco Mancini, per anni a capo del controspionaggio italiano, rivela in esclusiva per il Riformista informazioni inedite sui teatri delle guerre che ci circondano.
Dottor Mancini, partiamo dall’Iran: chi comanda davvero oggi a Teheran?
«La situazione iraniana è estremamente fluida. Oggi il potere reale non appare concentrato in una sola figura. Esistono almeno due personalità centrali che gestiscono apparati militari, sicurezza interna e relazioni strategiche. La prima è Ahmad Vahidi, figura storica dell’apparato rivoluzionario e riferimento del sistema di sicurezza. La seconda è Ali Reza Arafi, uomo molto influente nei circuiti politico-religiosi. Questo spiega anche le recenti dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui in Iran non vi sarebbe una leadership chiara».
Quali sono questi centri di potere?
«Da una parte vi è il blocco legato ai Pasdaran, cioè il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, riconducibile ad Ahmad Vahidi. Dall’altra si muovono figure politiche e religiose che operano in modo meno visibile ma influente, tra cui Ali Reza Arafi. Accanto a loro si collocano ambienti parlamentari e clericali che cercano di orientare la successione futura».
Lei parla di tre gruppi in lotta tra loro. Quali sono?
«Il primo è quello dei cosiddetti riformisti, il cui riferimento politico è Mohammad Bagher Ghalibaf. Il secondo è quello dei fondamentalisti, legato a figure come Mohammad Bagher Zolghadr. Il terzo è il blocco militare-rivoluzionario dei Pasdaran, dove Ahmad Vahidi conserva un ruolo centrale. Ognuno tenta di prevalere sugli altri».
Esiste anche un problema di successione?
«Sì. Il vuoto di potere è aggravato dalle indiscrezioni sulle condizioni di Mojtaba Khamenei, indicato da molti osservatori come possibile successore di Ali Khamenei. In assenza di una linea chiara, le fazioni si muovono per occupare spazi».
Nel frattempo, cosa fa la società iraniana ostile al regime?
«Una larga parte della popolazione resta contraria al sistema teocratico. In clandestinità si sono formate reti organizzate di opposizione che si richiamano anche alla figura di Reza Pahlavi. Alcune cellule avrebbero già avuto scontri con le milizie Basij e con apparati di controllo del territorio».
Veniamo al dossier missilistico. Lei sostiene che una parte decisiva dell’arsenale iraniano sia ancora intatta. Dove si troverebbe?
«Una quota rilevante delle capacità missilistiche sarebbe occultata in installazioni sotterranee lungo la catena dei monti Zagros, nell’ovest dell’Iran. Parliamo di aree della provincia di Kermanshah. Tra i siti più sensibili vi sarebbero zone prossime al Monte Bisotun, con coordinate approssimative 34°23’23” N, 47°25’38” E, e altri complessi vicini ai massicci del Paraw e del Dalahu».
Che tipo di missili sarebbero custoditi lì?
«Secondo diverse valutazioni, sistemi come il Khorramshahr-4, con gittata intorno ai 4.000 chilometri, il Sejjil e gli Shahab, con gittata di circa 2.000 chilometri».
Perché Hezbollah ha colpito i francesi con due morti e tre feriti nell’esercito di Macron?
«In Libano il livello dello scontro è anche informativo e di controspionaggio. Hezbollah può colpire quando ritiene che attori esterni abbiano favorito Israele. Il messaggio è politico e militare insieme: chi collabora con il nemico diventa bersaglio».
Ritiene che i francesi abbiano passato informazioni a Israele, ed Hezbollah lo ha saputo?
«Sembra proprio così».
Siamo anche noi italiani nel mirino?
«Non dispongo di elementi specifici sul teatro libanese che riguardino direttamente l’Italia. Ma sul piano strategico siamo già dentro un doppio mirino. Da un lato quello iraniano: la gittata di parte dei missili di Teheran rende teoricamente raggiungibili obiettivi in tutto il territorio italiano. Dall’altro quello russo: la Russia consolida la propria presenza in Libia, proprio di fronte alle nostre coste, con capacità militari e di pressione che riguardano il Mediterraneo centrale. L’Italia non può considerarsi periferica: è un obiettivo strategico».
E perché la Libia è così centrale?
«Perché chi controlla la Libia influenza il Mediterraneo centrale. In Cirenaica pesa ancora la figura del maresciallo Khalifa Haftar, che però potrebbe cedere presto il potere al figlio, Saddam Haftar. Anche qui la presenza russa merita massima attenzione: basi, logistica, pressione energetica e capacità di proiezione verso l’Europa passano da quel quadrante».
L’Italia è nel mirino russo?
«L’Italia è da anni oggetto di attenzione costante da parte dell’intelligence russa. Il caso più noto è quello di Walter Biot, arrestato e poi condannato per spionaggio. Poi c’è la vicenda di Artem Uss, arrestato in Italia su richiesta statunitense e successivamente fuggito dai domiciliari, per poi riapparire in Russia. Sono segnali concreti di una pressione ostile, perché la Russia non manda giù il sostegno confermato, giustamente, dal nostro governo all’Ucraina. A questo si aggiungono operazioni di influenza e provocazione. Il duo comico russo che riuscì a bucare i filtri di Palazzo Chigi e a interloquire con la premier Giorgia Meloni agiva, a mio giudizio, dentro una cornice coerente con gli interessi del Cremlino, proprio come l’anchorman televisivo Vladimir Solovyov, spesso utilizzato come cassa di risonanza della linea politica di Vladimir Putin. Gli attacchi verbali contro la Presidente del Consiglio rientrano nella stessa strategia di pressione e delegittimazione. Anche questi episodi fanno parte della guerra ibrida condotta contro i Paesi europei».
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