Il ministro della Salute libanese, Hamad Hassan, ha annunciato che il governo del premier Hassan Diab si è dimesso, a seguito della devastante esplosione al porto di Beirut. Hassan ha parlato con i giornalisti alla fine di un incontro di Gabinetto: “L’intero governo si è dimesso”, ha detto. Diab, ha sottolineato, andrà al palazzo presidenziale per “consegnare le dimissioni a nome di tutti i ministri”. Prima del suo annuncio, quattro ministri avevano già annunciato le proprie dimissioni dal governo.

Il premier libanese, Hassan Diab, nell’annunciare le dimissioni del governo ha attribuito la devastante esplosione di Beirut alla “corruzione dilagante all’interno” del Paese, attribuendo ai politici corrotti che l’hanno preceduto la causa del “terremoto” che ha colpito il Libano. “Dovrebbero vergognarsi di se stessi, perché la corruzione è ciò che ha portato a questo disastro”, ha affermato nel breve discorso televisivo. Diab ha detto di voler fare un passo indietro per poter essere a fianco del popolo “nella battaglia per il cambiamento”. Intanto continuano le rivolte a Beirut.

La situazione è precipitata dopo le violente proteste in piazza del fine settimana. I libanesi sono scesi in piazza per protestare contro il governo e hanno lanciato sassi contro gli agenti di polizia prendendo d’assalto gli edifici dei ministeri per i Rifugiati e del Lavoro nel centro di Beirut. Poi è iniziata l’ agonia del Governo che ha visto i ministri iniziare a dimettersi uno a uno. L’ultimo è quello delle Finanze, Ghazi Wazni. Le sue dimissioni erano state anticipate da quelle della ministra dell’Informazione, Manal Abdel-Samad: “mi dimetto nel rispetto dei martiri” e “in risposta alla volontà pubblica di cambiamento”, ha detto. Mimissioni anche per Damianos Kattar, il ministro dell’Ambiente che fa parte della stessa setta cristiano-maronita del presidente Michel Aoun, alleato di Hezbollah e il ministro della Difesa Zeina Akar. Hanno fatto lo stesso mezza dozzina di deputati.

Lo scenario si fa sempre più caldo in una regione in cui grazie al sistema elettorale basato su quote settarie, i capi delle comunità sono capaci di influenzare i loro elettori. Sciiti, sunniti, cristiani, drusi e tutte le 17 confessioni riconosciute nella Costituzione hanno poca libertà di manovra: di fatto sono costretti ad eleggere gli stessi capi-famiglia che negli anni sono diventati capi-mafia, impegnati nel depredare il Libano delle sue ricchezze. In questa situazione c’è una parte del paese che si oppone al ruolo crescente di Hezbollah, aumenta l’ostilità per il ruolo che stanno conquistando gli sciiti guidati da Hassan Nasrallah, legati all’Iran.

Nei giorni scorsi il premier Hassan Diab, un tecnocrate, ha ammesso che saranno necessarie elezioni anticipate: “Non possiamo fare uscire il paese da questa crisi senza un nuovo mandato popolare”. Lo spettro politico libanese quindi sta tornando a dividersi pericolosamente fra i partiti collegati all’Iran (Hezbollah e il movimento del cristiano Aoun) e quelli legati all’Occidente, in particolare a Francia e Stati Uniti, come i sunniti di Saad Hariri e i cristiani di Geagea e Gemayel. Con la possibilità che ripartano violenti i contrasti settari che non sono mai stati scongiurati.