«Il “mio” Libano non merita di morire. E l’Italia non può, non deve tirarsi indietro dall’impegno di contribuire alla rinascita, non solo economica, di un popolo meraviglioso, generoso, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare in uno dei momenti più drammatici della sua storia. Ma per rinascere, il Libano è chiamato a superare quel “comunitarismo” etnico-religioso che rischia di soffocarlo». A sostenerlo in questa intervista a Il Riformista è il generale Franco Angioni, già comandante delle truppe terrestri Nato nel Sud Europa e del contingente italiano in Libano negli anni più duri della guerra civile che dilaniò il Paese dei Cedri.

Generale Angioni, il Libano piange le vittime della tremenda esplosione di martedì scorso al porto di Beirut. Il dolore si sta trasformando in rabbia, come dimostrano gli scontri dell’altra notte tra dimostranti e polizia. Il Libano sta morendo?
Vivo con dolore e trepidazione i tragici eventi che stanno segnando un Paese e un popolo che ho imparato a conoscere e ad amare. C’è un detto napoletano che quando qualcuno lascia un posto in cui sei stato bene, in quel posto lascia un piezz’e core. Ed io ho lasciato un pezzo del mio cuore lì dove si era verificato qualcosa: o si era nati, o ci si era formati, o si era vissuto, o si era trovato il meglio della propria vita. La mia parentesi libanese ha sicuramente lasciato il segno indelebile nella mia formazione e nella mia stessa vita. Di conseguenza sono legato a questo Paese, perché mi ha consentito non solo di rivelarmi, ma di rivelare anche agli altri le cose importanti che l’Italia era in grado di realizzare, la capacità di essere vicino alla gente, e di uscire dignitosamente da una impresa che all’inizio aveva destato molte perplessità. Il mio ricordo del Libano, è un ricordo umano ma anche culturale. Ho apprezzato molto questo Paese per la sua formazione, per le sue antiche radici, che sono cambiate nel tempo in maniera vistosa e che continuano ancora a cambiare. Quando noi eravamo in Libano, il Sud del Paese era una parte negletta, quasi inesistente. Poi è nato qualcosa di pericoloso e complesso…

Vale a dire?
Hezbollah. Ma con Hezbollah quella parte del Libano non è “rinata”. È nata. E questa “nascita” ha rafforzato una esperienza favolosa da tanti punti di vista: umano, professionale, ma anche da un punto di vista morale, perché abbiamo assistito a un cambiamento di un Paese importante, non solo per il Mediterraneo ma credo per il mondo.

Oggi, però, quel Libano nel quale lei ha lasciato un pezzo di cuore, sembra sempre più uno Stato fallito, con una crisi economica e sociale devastante ed oggi ancora più aggravata da questa immane tragedia che ha colpito Beirut. Per il Libano siamo all’inizio della fine?
Il Libano non è stato distrutto con l’esplosione del deposito di nitrato d’ammonio e di chissà cos’altro al porto di Beirut. Il Libano ha cominciato a spegnersi più di quindici anni fa, lentamente. Dopo un cambiamento favoloso, il Paese dei Cedri è precipitato. Il cambiamento favoloso si è avuto quando si è scoperto che il Sud del Libano non era la parte negletta del Paese, ma era semplicemente una parte abbandonata, trascurata. E invece ha avuto dei momenti di grande pulsione. E questo si deve, è inutile nascondercelo, alla nascita di un partito: Hezbollah. Quando sono nati, nel Sud del Libano, gli hezbollah hanno dato vita a questa parte del Paese. E i cristiani maroniti, nonostante la loro gloria, la loro storia meravigliosa, questa parte del Libano avevano sempre un po’ trascurato. Di conseguenza, il Libano che io ho conosciuto e che ho poi lasciato, era formato da due componenti: la comunità maronita, cioè i cristiani, e i sunniti, la parte musulmana del Libano che però non era la più numerosa. Tutto il resto è come se non fosse esistita. E invece, a un certo punto, la parte più numerosa della popolazione, che era abbandonata e che stazionava soprattutto nel Sud del Libano, la comunità sciita, ha ripreso a vivere. E checché se ne dica, ha ripreso a vivere grazie a Hezbollah. Hanno dato l’anima, hanno dato vigore a questa comunità emarginata, senza potere. E quindi il Libano si è risvegliato, ma in modo contraddittorio e alla fine negativo. Il Libano era un paradiso, la “Svizzera del Medio Oriente”. Gli hezbollah inizialmente dettero una scossa di grande vigore, e poi..

E poi, generale Angioni?
Poi sono rimasti ancorati ai propri aspetti più negativi: il contrasto con Israele, lo scontro costante ha fatto sì che non ci fosse sviluppo nel Paese. E così il Libano si è accartocciato su se stesso, e di conseguenza questo florido esempio di comunità nell’ambito del Mediterraneo, questa terra benedetta da Dio, con il suo clima eccezionale, con la sua rigogliosa natura, questa terra è stata violata e distrutta dalla volontà di non ricercare una visione condivisa da parte delle varie comunità. L’identitarismo comunitario ha prevalso sul senso di appartenenza nazionale. Le comunità, che erano state il motore del Paese, hanno finito per pensare solo a se stesse, vedendo le altre come una minaccia, come un nemico da combattere. Il bene comune è venuto meno. E la tragedia di Beirut ha messo in evidenza, una tragica evidenza, di come è stato ridotto questo Paese meraviglioso. Dopo questa esplosione, il Libano ha necessità di risorgere. E l’Europa non deve sottrarsi a questa missione.

Risorgere, ma come?
Con la volontà degli uomini, compresi quelli che l’hanno portato alla distruzione. Nessuno può chiamarsi, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Non c’è differenza tra sciiti, sunniti, maroniti, sono tutti colpevoli, nessuno di loro ha pensato che il diritto a tutelare la propria comunità, che va rispettato, non può trasformarsi nella volontà di distruggere le altre. Il Libano deve tornare ad essere un Paese, una comunità nazionale anche se articolata in comunità con diverse storie, culture, esperienze, tradizioni ma queste diversità possono essere una ricchezza comune e non strumenti di odio e di violenza. La ricostruzione, non solo materiale ma morale, deve essere inclusiva, altrimenti è destinata al fallimento. E allora sì che il Libano precipiterebbe nel baratro.

Si fanno numerose congetture e ipotesi su quello che è realmente accaduto nel porto di Beirut. C’è anche l’ipotesi di un attentato. Sulla base della sua esperienza, che idea si è fatta in proposito?
In base a quanto ho letto, l’idea che mi sono fatto è che la ricostruzione dell’accaduto offerta dalle autorità libanesi può essere veritiera all’80%. Ma non è tutta la verità. Non ho elementi per sostenere l’ipotesi dell’attentato. È probabile che a esplodere non sia stato solo il nitrito d’ammonio custodito in un hangar del porto ma anche un deposito di armi. Ciò che resta inconcepibile, sotto ogni punto di vista, è che quelle tonnellate di nitrito d’ammonio siano state custodite per anni in un porto nel cuore della città. Questa non è incuria, dabbenaggine, è una responsabilità in strage che deve essere sanzionata in un’aula di tribunale. Se incidente è stato, è stato colposo. E il popolo libanese lo ha capito e per questo esige verità e giustizia per le vittime di questa tragedia. Le responsabilità vanno ricercate a ogni livello, senza fare sconti a nessuno. L’impunità sarebbe come oltraggiare la memoria delle vittime e dei loro famigliari, oltre che prova di arroganza di poteri che si credono al di sopra della legge. Il Libano è uno Stato sovrano, con un suo legittimo esercito. È lecito, però, chiedersi chi esercitava davvero il controllo di quella zona, che certo non poteva essere considerata una “zona franca”.

Mercoledì scorso, il giorno dopo la tragedia al porto di Beirut, il presidente francese Emmanuel Macron si è precipitato nella capitale libanese. E la sua, è stato rilevato da più parti, non è stata solo una visita di solidarietà umanitaria ma anche di un forte valore politico. A Beirut erano assenti le autorità italiane, il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri. L’Italia si sta autoemarginando, o viene messa ai margini, dalla scena mediorientale?
Purtroppo questa preoccupazione è fondata. Il pericolo c’è. Ed è un peccato, perché è come rinunciare ad una eredità. L’Italia ha acquisito in Libano, fin dal 1982, ma anche prima, una reputazione, una ammirazione notevolissime. Non va dimenticato che l’Italia è presente nel Sud del Libano, con i nostri militari inquadrati nella missione Unifil dell’Onu, peraltro con responsabilità di comando. E questa missione sta garantendo da 14 anni, per restare a Unifil II, una stabilizzazione della frontiera tra Israele e il Libano. L’Italia deve rivendicare questa presenza e affiancarla implementando la cooperazione con il Libano, favorendo le nostre imprese impegnate in vari settori, tanto più oggi che il Libano deve essere aiutato a risollevarsi. Dobbiamo farlo, perché non scompaia un Paese che, sia pure tra mille fragilità, resta un esempio, non solo istituzionale, di una possibile convivenza tra comunità etnico-religiose diverse. E questo vale soprattutto per la presenza della Chiesa cattolica e dei cristiani, come sottolineato più volte da papa Francesco. Il Libano non deve trasformarsi in una “nuova Siria”.