«Il Libano era un Paese fragile, sotto ogni punto di vista, già prima della tragedia di Beirut. Ma non intendo unirmi a chi sentenzia che sia un Paese finito. La comunità internazionale, e in essa l’Europa, ha il dovere, politico e non solo umanitario, di aiutare un popolo coraggioso, come è quello libanese, a risollevarsi. Dobbiamo fare di tutto perché il Libano non si aggiunga al lungo elenco degli Stati falliti in Medio Oriente e nel Nord Africa». A sostenerlo, nell’intervista a Il Riformista, è una donna che quella martoriata area del mondo ha conosciuto molto bene, prima da Commissaria europea per gli aiuti umanitari e successivamente da ministra degli Esteri: Emma Bonino, leader storica dei Radicali, oggi senatrice di +Europa. Libano e non solo. Un altro tema caldo è quello dei migranti e la risposta del Governo italiano. Il giudizio dell’ex titolare della Farnesina è netto: «Al di là dei toni più sobri, cosa comunque da rimarcare, della ministra Lamorgese, quanto a scelte e atteggiamenti non vedo differenze tra il Conte I e il Conte II».

Il Libano è sconvolto dalla tragedia consumatasi martedì pomeriggio nel cuore di Beirut: i morti ufficiali dell’esplosione sono almeno 157, 5mila i feriti, decine e decine – nessuno sa davvero quanti – i dispersi ancora sotto le macerie. 300.000 le persone rimaste, in pochi secondi, senza una casa. Un Paese in ginocchio.
Il Libano è un Paese fragilissimo, sul piano politico, con gli equilibri perennemente instabili tra le diverse comunità etnico-religiose, fragilissimo dal punto di vista economico, con una situazione anche pre-crisi Covid molto preoccupante, e, vista l’instabilità politica, con un accordo con il Fondo monetario internazionale bloccato. Su questa situazione già grave s’innesta la tragedia di martedì, che non si capisce se causata da incuria, negligenza, ma rimane il fatto che la pericolosità dello stoccaggio di queste 2.750 tonnellate di nitrato d‘ammonio, era stata segnalata almeno cinque-sei volte dalle autorità portuali senza mai ricevere alcun riscontro. Nel 2013, la “Rhosus”, una nave che batteva bandiera moldava e proveniva dalla Georgia, fece scalo a Beirut, in rotta verso il Mozambico: a bordo aveva 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio. Il carico fu sistemato nell’hangar numero 12, dedicato alle merci sequestrate. La nave finì per affondare. E sette anni dopo, l’hangar con il suo micidiale contenuto, esplode e determina una catastrofe. Leggo e sento di ipotesi le più varie: un attentato, il colore del fungo presuppone che ci sia del litio, dicono gli esperti, e quindi probabilmente un mix di queste tonnellate di nitrato d’ammonio più, forse, munizioni e bombe. Da qui la richiesta di una commissione d’inchiesta internazionale. Il Libano in più è un Paese fragilissimo perché è un Paese di quasi 7 milioni di abitanti che già ospitava circa 1,5 milioni di rifugiati siriani. Potete immaginare la situazione. Noi ci accorgiamo dei Paesi solo quando ci stanno grandi drammi o interessi in gioco, e quando tutto sembra fragile ma, insomma, tranquillo, ce ne occupiamo meno o li dimentichiamo proprio. Ovviamente, l’Europa si farà forte della robusta politica umanitaria decisa da Jacques Delors e dall’allora Commissario per le Relazioni con i Paesi del Sud del Mediterraneo, dell’America Latina e del Medio Oriente, Manuel Marìn, che io ho poi gestito, da Commissaria europea, per quattro anni. Quell’ufficio era ed è tutt’oggi l’European commission umanitarian office. Una politica robusta non solo in termini di finanziamenti ma anche di sostegno della Commissione europea. Quello che manca, come al solito, è la politica estera, quello che diciamo da sempre. Aiuti umanitari ce ne saranno ma temo senza una visione strategica che aiuti davvero il Libano a ricostruirsi e a rinnovarsi. Si cercherà di mettere la classica pezza per evitare che la crisi libanese deflagri al punto di coinvolgere i Paesi vicini o che possa produrre una implosione che avrebbe ugualmente gravissime conseguenze sul quadro regionale.

C’è chi sostiene che la tragedia di Beirut segni la fine del Libano. È una profezia nefasta o un rischio reale?
Il rischio indubbiamente c’è, ma non sarei così catastrofista. Io ho sempre visto uno spirito libanese molto reattivo, capace di reagire. E poi dipenderà, vista la situazione, dal contributo di sostegno vero, sia dal punto vista istituzionale che da quello finanziario, da parte della comunità internazionale. Da soli non ce la fanno di sicuro: hanno 300mila persone senza casa, lo sforzo di ricostruzione sarà enorme. Perché, è bene sottolinearlo ancora, la tragedia di Beirut si innesta su una situazione di estrema fragilità dal punto di vista finanziario, economico, istituzionale e demografico.

Il Libano in ginocchio, la Siria devastata da una guerra senza fine, la tragedia umanitaria che sta flagellando lo Yemen, il caos armato in Libia, la Tunisia a rischio di implosione sociale. Il Sud del Mediterraneo rischia di essere un immenso cumulo di macerie?
La situazione è davvero complessa, e s’intrecciano molte cose: la guerra inter sunnita, la guerra tra sunniti e sciiti, la presenza di tribù locali molto forti, ed è tutta un’area che caduto il vecchio ordine dei dittatori e degli autocrati, ancora non ha trovato una sua strada, perché di nemici interni e di potenziali alleati esterni non proprio affidabili, quest’area ne ha moltissimi. Un vecchio ordine è caduto e il nuovo stenta ad apparire.

In questo scenario altamente instabile e denso di incognite, l’Italia sembra ridotta a un ruolo di comprimaria, in Libano come in Libia, solo per fare alcuni esempi di estrema attualità
In Libano abbiamo una presenza che ci è riconosciuta in termini di comando della missione Unifil II dell’Onu. Non solo riconosciuta, in termini formali, ma tutti ci sono molto riconoscenti per il modo di fare, per il modo di essere dei nostri militari. Ed è chiaro che l’Italia da sola non è che si possa far carico di Libia, Siria, Libano etc., quando poi altri sono più interventisti, penso alla Turchia di Erdogan piuttosto che la Russia di Putin. È tutto un groviglio di interessi, e l’Europa che non ha una politica estera, ma Paesi come la Francia particolarmente attiva nel Sahel, come in Niger o in Libano, o altri Paesi completamente indifferenti, come quelli del Nord e dell’Est Europa, che hanno altre priorità e preoccupazioni, per cui andiamo a ruota libera e spesso in concorrenza tra di noi: la concorrenza energetica, tra le altre, tra Italia e Francia non è certo un mistero per nessuno. E queste contraddizioni nostre, quelli che si ritengono più forti, come la Russia e la Turchia, le vedono e potendo le sfruttano.

Due atti di politica estera, per restare all’inquieto Mediterraneo, l’Italia li ha comunque compiuti nelle ultime settimane: il rifinanziamento della Guardia costiera libica e lo stop dei finanziamenti alla Tunisia per la cooperazione allo sviluppo, deciso dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Questo fondo di cui parla Di Maio dovrebbe aggirarsi attorno ai 6,5 milioni di euro, se non vado errata. Non mi pare sia una grande minaccia. La Tunisia ha i suoi problemi ma anche il suo orgoglio. Sulla Libia, che dire, in pochissimi ci abbiamo provato fino all’ultimo a chiedere che approvando tutte le altre missioni, nel decreto missioni fosse stralciata e discussa a parte la missione in Libia, perché io ritengo che comunque sia stata concepita anni fa, il mondo cambia e la Libia pure, e, a mio avviso, il nostro rapporto con la Libia necessitava di un reset, un ripensamento complessivo. Nessuno ha fatto una piega, Pd compreso, hanno approvato tutto come una lettera alla posta. Al Senato siamo rimasti in 14 a chiedere un ripensamento, ma non c’è stato verso. In Libia, dopo le dimissioni di Salamè, da mesi non c’è più un inviato delle Nazioni Unite. A parte la nostra preoccupazione ossessiva dei migranti, per il resto non vedo neanche una parvenza di volontà di ripensare e definire un disegno che prefiguri un rapporto strategico con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Si naviga a vista, e si naviga male.

Tanto male, mi riferisco al rifinanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica, da suscitare la rivolta e l’indignazione delle Ong e delle associazioni umanitarie, che hanno rimarcato come, su questi temi, non esista alcuna discontinuità tra il Conte I e il Conte II. È una forzatura?
Assolutamente no. Basta vedere le leggi: quelle erano e quelle sono. L’impianto resta lo stesso. Conte I, Conte II: stesse leggi, stesso comportamento. Una moderazione di linguaggio, questa sì, da parte della ministra Lamorgese, e di questo gliene va dato merito. Ora la ministra dell’Interno è al lavoro per cambiare i “decreti Salvini” ma tutto il resto è rinviato ad ottobre. E questa estate si salvi chi può, come può, se può. Di certo non c’è stato alcun cambio di direzione.