Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, alla domanda del cronista “Ma se le chiedessi la cifra (relativa alla spesa del Pnrr) cui siamo arrivati?”, ha risposto: “Sulla piattaforma ReGis risultano spesi oltre 121 miliardi di euro, a cui con la rendicontazione finale andranno aggiunti i circa 22 miliardi confluiti negli strumenti finanziari. In totale, quindi, fanno circa 143 miliardi su 166 miliardi attualmente incassati per il raggiungimento dei 416 obiettivi previsti dalle 9 rate”.

Credo, purtroppo, che la cifra difendibile, alla data del 30 giugno 2026, sia quella fornita dal ReGis (cioè dalla Ragioneria Generale del Ministero dell’Economia e delle Finanze) e quindi pari a un valore di 121 miliardi di euro; quindi del Pnrr più PNC non siamo riusciti a spendere circa 107 miliardi di euro. Molti diranno che i 30 miliardi del PNC, pur se inizialmente dovevano essere contabilizzati entro il 30 giugno 2026, sono stati trasferiti come scadenza addirittura dopo il 2030.

Quindi nessuna critica, ma solo una constatazione che penso sia utile ricordare oggi che si è conclusa l’esperienza del Pnrr. Una constatazione che necessariamente deve soffermarsi su alcuni punti. A partire dall’assurdo comportamento dei governi Conte 1 e Conte 2: sono state sottovalutate le capacità della spesa, che hanno accettato l’esclusione da parte dell’Unione europea di interventi sulla rete stradale, che hanno fatto riferimento, nell’attuazione del programma, a sette governance. Durante i quasi tre anni di governo, la spesa non aveva superato la soglia di 9 miliardi di euro. Inoltre il governo Draghi non è stato capace di rivedere l’organizzazione delle varie governance e, soprattutto, non ha attivato concretamente la spesa raggiungendo, alla fine del suo mandato, una soglia non superiore a 22 miliardi di euro.

Va fatto quindi un grande riconoscimento al ministro Foti e all’allora ministro Fitto, e senza dubbio anche all’attuale compagine di governo, se, in quattro anni, è stata attivata una spesa globale di oltre 98 miliardi. È complicato spendere all’interno del nostro Paese, e ciò non per l’incapacità delle stazioni appaltanti o degli organismi tecnici preposti alla progettazione e alla direzione dei lavori o all’incapacità tecnica e operativa delle nostre imprese, ma solo per la folle logica del nostro sistema autorizzativo: la Valutazione Ambientale Strategica (VAS), la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), il Dibattito Pubblico, la Conferenza dei servizi, il CIPES, la Corte dei Conti. Tutti questi filtri, tra l’altro, articolati nel tempo senza una logica temporale unica, rendono il nostro Paese molto più simile a un contesto del terzo mondo. Tutto ciò ribadisce quanto sia essenziale il fattore tempo: bisogna cambiare in modo sostanziale il nostro processo autorizzativo.