In tempi come questi dominati dalla paura e dall’incertezza non può escludersi l’aumento di un indicatore, cui molti italiani sono affezionati: la superstizione. E il fatto che l’ultimo Dpcm sia il diciassettesimo della serie inaugurata a febbraio avrebbe dovuto probabilmente suscitare qualche interrogativo. Al di là delle battute, l’ultimo decreto (che si salda, da questo punto di vista, a quello emanato solo pochi giorni prima) segna sicuramente un punto di svolta. Sotto più profili. Innanzitutto esprime un compromesso tra più anime del governo e, come si legge in queste ore, anche tra più anime del Comitato tecnico scientifico. Il dogma scientista e molto provinciale che aveva fornito la legittimazione di decine di provvedimenti precedenti oggi è infranto anche all’interno dell’esecutivo. Portando via con sé quello dell’unanimismo.  Il dubbio si è insinuato nella cabina di regia. E la cosa è piuttosto evidente.

Parallelamente, e non a caso, forse, si va sgretolando la fiducia dei cittadini, anch’essa piuttosto granitica nei momenti più difficili degli scorsi mesi, riguardo alla capacità della politica di individuare la strada giusta per fronteggiare la crisi. Ma adesso prostrata dalla paura per il futuro e dalla stanchezza del logoramento sociale e dalla confusione dilagante. Il dubbio dei governanti si insinua anche tra i governati. E viceversa.
E il rischio di un avvitamento nella spirale dell’incertezza e della delegittimazione non può essere sottovalutato. Ma ancora più grande è il rischio che un istinto difensivo di fronte al dubbio induca a scelte disperate per cercare di riconquistare l’armonia perduta. La scelta disperata si chiama lockdown. L’armonia perduta si chiama consenso. Una tentazione fortissima. Ma tornare indietro, oltre ad essere un’opzione nefasta, non è una strada (ancora) obbligata. Nemmeno per la politica. Il dubbio, come la crisi, servono a crescere. A rompere l’incantesimo distopico delle false certezze e ad abbandonare l’infantilismo del terrore, per guardare in faccia la paura in modo adulto.

Questa è l’opportunità. Poi ci sono i Dpcm. Che riflettono in modo evidente lo sbandamento provocato dallo sgretolamento delle antiche, fallaci, sicurezze. Non c’è il lockdown, che anzi si asserisce di voler evitare. Ma evidentemente per cambiare passo bisogna fare un po’ di palestra. E al momento il risultato è paradossalmente solo ansiogeno. Prendiamo, ad esempio, la norma sulla cosiddetta chiusura di strade e piazze (art. 1 Dpcm 18 ottobre 2020). Una specie di atomizzazione del lockdown. Il trionfo dell’ambiguità. Si tranquillizzano i nostalgici e si minacciano i cosiddetti negazionisti. Un capolavoro, si potrebbe dire, peccato che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E il risultato è uno solo. La più totale confusione. Non che di confusione non ce ne sia stata anche in passato. Tutti ricordiamo i concitati simposi sul concetto di “prossimità” all’abitazione e le dispute teologiche sulla nozione di “congiunto”. Ma, in questo caso, com’è giusto che avvenga nella logica dell’irreversibilità entropica che ci insegna la termodinamica, abbiamo raggiunto vette surreali che ricordano più la meccanica quantistica che una norma di diritto. Cominciamo dal nome. Una strada è chiusa se è chiusa.

No, in questo caso la strada è chiusa ma è anche aperta. E non solo perché, logicamente, a chi ci abita non può essere impedito di passarci, ma anche perché possono comunque accedervi tutti coloro che si vogliano recare presso gli esercizi commerciali aperti. E siccome questo lockdown atomico si può disporre solo dalle ore 21 (non si sa bene fino a quando: le 24? Tutta la vita?) è verosimile che gli esercizi commerciali siano soprattutto ristoranti e bar. Quindi, si chiudono le strade, ma si consente l’accesso a tutti coloro che hanno motivo di andarci. Il mini-lockdown si risolve nel divieto di passeggiare per il mero gusto di farlo, perché se al ristorante si va a piedi, passeggiare è consentito. Ah, certo, non si può nemmeno sostare. Ma per quello ci sono già le norme anti-assembramento e anti-consumo in piedi.
Quindi, a tacer d’altro, la norma sulla strada chiusa-non chiusa è ridondante, superflua, inutile. Ma nemmeno questo è vero. È inutile, ma non è inutile.

Intanto perché consente di aggiungere un altro coefficiente di incertezza all’entropia, non essendo indicato quale autorità possa chiudere-non chiudere la strada. Così i sindaci stanno buoni, perché non li si nomina espressamente. Ma non è inutile, pur essendo inutile, perché consente il grande show degli effetti annuncio propalati su tv nazionali e locali dai tribuni di turno. Quanta soddisfazione poter mostrare il pugno di ferro di un coprifuoco tascabile nella piazza principale della movida? Se si volesse esser seri, e data la situazione si dovrebbe, bisognerebbe dire che quell’avvitamento nella sfiducia, tra governanti e governati, non potrebbe trarre alimento migliore da questa situazione. E la sfiducia nelle istituzioni è come l’entropia, non si riduce spontaneamente, anzi tende inesorabilmente a peggiorare. Però sappiamo che è tutta colpa della superstizione. E come diceva il grande Eduardo, che, c’è da scommettere, in questa situazione avrebbe trovato via Toledo chiusa-aperta: «Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male».