La rivolta dei sindaci. La manina notturna che li sbianchetta dal testo del Dpcm. Lo stupore del Viminale. Gli ultimatum di Franceschini e Speranza. Il No, mai così netto, di Conte sul Mes. L’irritazione del Pd e di Italia viva. Le polemiche, in genere, sulle nuove misure, “troppo poco” o “giuste” a seconda con chi parli. Ha avuto una gestazione difficile il Dpcm numero 17 dell’emergenza Covid, tre giorni da incubo tra venerdì e domenica tra riunioni a palazzo Chigi, alla Protezione civile e di nuovo a Chigi. Il risultato non poteva che essere quello che è: un pasticcio che aggiunge tensione e panico ad una situazione sanitaria con numeri che adesso preoccupano le strutture ospedaliere. È cambiato tutto in dieci giorni. Tra altri dieci che può succedere? «Non potremo mai tornare al lockdown della prima fase c’è un problema di salute pubblica e di equilibri economici. Dobbiamo imparare a convivere col virus» ha detto Conte domenica sera rassicurando gli italiani che aspettavano a casa da oltre due ore le nuove misure per il contenimento del virus. Anche sulla comunicazione si è imparato poco o nulla da marzo scorso. Forse non si vuole imparare.

Il Dpcm porta con sé caos e polemiche. Figlio della fretta, delle tensioni nella maggioranza e di sciatteria. Conte non lo voleva fare: era appena stato firmato quello del 13 ottobre e avrebbe voluto vedere gli effetti di quelle misure (mascherina obbligatoria sempre) sulle curve del contagio. Ma il capodelegazione del Pd Dario Franceschini venerdì, mentre il premier era impegnato a Bruxelles al Consiglio europeo, lo ha invitato a «provvedere subito a nuove misure per contenere il contagio». Uno scherzetto che ha rovinato la missione di Conte. E che ha assunto subito una valenza politica. Mai tra i due i rapporti sono stati così tesi.

Sarà ricordato come il Dpcm che ha fatto arrabbiare i cari amati sindaci. In conferenza stampa, domenica sera, Conte ha annunciato che sarebbero toccato ai sindaci il compito di gestire una sorta di coprifuoco nelle vie e nelle piazze amate dalla movida. Quando il presidente dell’Anci e sindaco di Bari Antonio De Caro ha sentito questa novità che, ha spiegato poi, «in tre giorni di riunione col governo non era mai stata ipotizzata», è andato su tutte le furie. Con lui il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, quello di Firenze Dario Nardella. Decine di sindaci in rivolta contro Conte: «Come si permette? Non ci può trattare così, non lo possiamo fare». Ieri mattina il testo del Dpcm uscito in Gazzetta non conteneva più la parola “sindaco” presente invece nell’ultima bozza. Qualche manina del Dipartimento Affari giuridici e legali di palazzo Chigi è intervenuta notte tempo a fare pulizia.

Dopo aver consultato per le vie brevi il ministero dell’Interno non interpellato prima. Alcune fonti del Viminale ieri hanno così commentato la vicenda in via ufficiosa: «Sembra di stare su Scherzi a parte. Ma da quando un sindaco si occupa di presidiare continuativamente un’area che comunque deve garantire la libera circolazione e l’accesso ai residenti?». Un sindaco può, è nei suoi poteri e già lo fa, individuare un’area a rischio (spaccio, risse, ordine pubblico, decoro, mettiamoci pure anche il Covid), segnalarla al Prefetto che la condivide nel Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza che poi prende in carico la gestione della chiusura o serrata. È quello che succederà, unico compromesso possibile in un pasticcio che ha fatto perdere una giornata di dichiarazioni e controdichiarazioni per venirne a capo. In modo ancora confuso e incerto. «La pezza (aver tolto la parola sindaco, ndr) è stata peggiore del buco» spiegava ieri sera una fonte della maggioranza.

Alla fine le 21 pagine del Dpcm non contengono grosse novità. Non ci sono quelle attese perché necessarie come il potenziamento del trasporto pubblico e la sorveglianza sui mezzi pubblici per controllare il rispetto delle regole. Si ribadisce invece che a scuola i ragazzi vanno in presenza salvo garantire «maggiore flessibilità alle superiori sia negli orari che per la didattica a distanza». Tanto rumore per nulla. O graduale avvicinamento ad una nuova serrata? Il fatto è che mai come questa volta la maggioranza è divisa. I ministri Speranza e Franceschini hanno chiesto e insistono per misure drastiche con effetti nefasti però sul tessuto economico. E sulla psicologia delle persone. Conte non ci sta. Con lui anche Italia viva e, in parte, i 5 Stelle. Una diversità legittima in una situazione inedita come la pandemia. Se non fosse che c’è sempre di mezzo anche la politica. E questa volta la resa dei conti sembra essere tra il Pd e Conte.

Ecco che il No al Mes pronunciato domenica sera dal premier con tanto di dettagli, è stato soprattutto un dito nell’occhio al Pd e a Franceschini che invece lo vogliono. Franceschini che di dita negli occhi a Conte ne aveva messe almeno due costringendolo a tornare da Bruxelles in fretta e furia, a liquidare la legge di Bilancio in modo quasi furtivo e a scrivere un nuovo Dpcm inutile e pasticciato. Comunque ieri sera Conte ha promesso al Pd – e a Italia viva che lo aveva chiesto per prima – quel “tavolo di maggioranza” per calibrare la nuova agenda di governo, cose da fare con urgenza e come. «Ho commentato il Mes perché mi è stato chiesto ma è chiaro che nessuna decisione è stata presa» ha celiato. Il fatto è che qualcuno, nella maggioranza, scommette sempre su un rimpasto. O magari anche qualcosa di più. Nonostante la pandemia.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.