Francesco Lollobrigida, figura ormai pubblica apicale e ancora, su tutto, parentale, della “comunità” di Giorgia Meloni (ne è cognato, sposo della sorella Arianna) oltre che capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, nel corso della conferenza stampa all’Hotel Parco dei Principi, così a ridosso dell’esaltante per loro esito elettorale, ha avuto modo di ipotizzare i suoi desiderata sul futuro prossimo della Costituzione. Lollobrigida, sebbene istituzionalmente aderisca anche lui alla recente connotazione letterario- romanzesca che la indica come “bella”, retorica che ne abbiglia negli ultimi decenni le ragioni e la sostanza repubblicana, democratica e antifascista, Francesco Lollobrigida, dicevamo, ritiene però che sia altrettanto necessario, un atto dovuto, sottolinearne l’età, meglio, la realtà anagrafica: bella, sì, certamente: “Ma ha settant’anni”.

Nel sistema odierno della comunicazione onnicomprensiva che tutto ingloba in nome dell’apparenza, se non dalla desiderabilità da selfie, la sua affermazione, seppure non proprio pertinente con il compiacimento narcisistico individuale privato da cameretta, può sembrare incoraggiante verso la semplificazione populista, fino a ritenerla giusta e addirittura pertinente. Un attimo appena, e la Carta Costituzionale sembra così trasferire ogni propria parola nel dominio in questo caso improprio dei like, quasi costretta a sfidare, in prospettiva, i post di Chiara Ferragni. Potrà sembrare un paradosso, ma l’effetto istantaneo nella percezione comune subculturale è quello appena prospettato. Dove ogni nodo politico se non etico passa in second’ordine, cancella ogni presupposto democratico.

In dissolvenza incrociata, nel viraggio che le offre il cognato capogruppo di Giorgia Meloni, la Costituzione sembra perfino idealmente dibattere e riassumersi con Gina Lollobrigida, parente prossima del diretto interessato, che di anni ne ha addirittura 95. Questo genere di interferenza percettiva, non sembri un ragionamento surreale, ci consegna uno spunto impagabile per la riflessione sulla sostanza subculturale dell’immaginario che i post-fascisti giunti al governo con un risultato quasi plebiscitario stanno per consegnare al Paese tutto. Sempre in questo senso, forse, non è davvero un caso che Francesco Lollobrigida, nella scheda personale di parlamentare, sia indicato come “imprenditore turistico”.

Non meno “turistica” ogni sua perplessità sulla Costituzione. Sia detto ben al di là di chi sui social ne commenta la sortita ricorrendo ad alcuni adagi popolari risaputi, senso comune che sembra vedere oltre: “Se il buon giorno si vede dal mattino” e ancora “Cominciamo bene…”. Altrettanto secondario magari che dietro le sue affermazioni si mostri la fiamma del presidenzialismo, pensiero costante della destra perfino spuria, se è vero che il primo suggerimento in tal senso giunse dal repubblicano Randolfo Pacciardi, già valoroso combattente nella guerra di Spagna contro i franchisti.

Considerazioni, quelle del Cognato, da affiancare magari alle parole liberatorie di Ignazio La Russa che ospite su La7 di Mentana non rinuncia a sua volta a citare la “comunità” già missina e in seguito di Alleanza nazionale, dove il passaggio etico cruciale di Gianfranco Fini sul fascismo “male assoluto” sembra scivolare nel dettaglio. Così nella prospettiva della continuità, del filo riannodato della propria storia sebbene iniziata fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”, dove ogni cosa, anche gli opposti, hanno modo di coesistere, coabitare, ritrovarci, abbracciarsi, non meno turisticamente.

Forse, nell’immaginario repubblicano di Lollobrigida, per strani incroci sinestetici, nell’attesa che ogni cosa sia riscritta e “migliorata”, e nel nostro caso soprattutto “ringiovanita”, può accadere perfino che accanto a Umberto Terracini, politico antifascista, dirigente comunista e su tutto presidente dell’Assemblea costituente, e d’ogni altro suo primo firmatario, possano trovarsi anche idealmente gli stessi “quadrumviri” fascisti della marcia su Roma. In nome della fantasia turistico-imprenditoriale ogni interpretazione storica e politica del mondo può diventare, perché no, possibile.

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Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate