Luigi de Magistris avrà tanti difetti. Ma se c’è una qualità che non gli è mai mancata, quella è l’ambizione. Il sindaco di Napoli ne ha dato l’ennesima prova davanti alle telecamere di Tagadà, quando ha annunciato di volersi candidare «alla guida del Paese». Proprio così: dopo il burrascoso addio alla magistratura, la breve esperienza da parlamentare europeo e il doppio (disastroso) mandato da primo cittadino partenopeo, Dema vuole fare il premier. Il deputato? Macché. Il ministro? Non basta. L’ex pm punta a diventare presidente del Consiglio dopo Giuseppe Conte. Il progetto appare piuttosto velleitario, ma merita una serie di riflessioni.

A La7 de Magistris ha manifestato la volontà di costruire «non un partito, non un movimento, ma una lista con dentro donne e uomini con storie credibili, coerenti, che hanno nella Costituzione il proprio baluardo». È appena il caso di ricordare a Dema che la stessa Costituzione cui fa riferimento non prevede l’elezione diretta del premier. In Italia ci si candida a entrare in Parlamento e poi è il capo dello Stato che, al termine delle consultazioni, conferisce l’incarico di presidente del Consiglio alla personalità che ritenga in grado di formare un governo con l’appoggio delle Camere. Qualcuno dirà che sono dettagli. Invece no. Perché queste nozioni di diritto costituzionale servono a chiarire quanto confuse e fumose siano certe affermazioni di de Magistris. Resta da vedere, poi, con quali formazioni il sindaco intenda costruire un’alleanza. Da sempre Dema è un interlocutore privilegiato del M5S, in virtù dei suoi buoni uffici col presidente della Camera Roberto Fico.

Qualche mese fa ha dialogato proficuamente anche col Pd, sostenendo la candidatura di Sandro Ruotolo alle suppletive nel collegio del Vomero. Su La7, però, il primo cittadino ne ha avuto tanto per i grillini, che a suo dire avrebbero «perso molta credibilità», quando per Pd e LeU, che «negli ultimi anni non hanno fatto cose di sinistra». Dema pensa davvero di potersi presentare alle elezioni col suo solo movimento, di superare lo sbarramento e di ricevere l’incarico da Mattarella? Se così fosse, vorrebbe dire che l’ambizione è degenerata in megalomania. In più, le precedenti esperienze politiche del sindaco di Napoli non lasciano ben sperare. In passato ha tentato di avviare un progetto comune con l’ex ministro greco Yanis Varoufakis prima e con l’allora primo cittadino milanese Giuliano Pisapia poi.

Risultato? Due buchi nell’acqua. E, alla fine, de Magistris non si è presentato alle elezioni europee del 2019 né alle regionali del 2020. È singolare che chi ambisce a guidare l’Italia non abbia la forza di schierare un movimento contro il governatore campano De Luca e qualche altro competitor locale. Ma i velleitari propositi di de Magistris impongono una riflessione su un aspetto più importante: la parabola di Napoli nei dieci anni di amministrazione arancione. Debito comunale lievitato da 800 milioni a quattro miliardi di euro, scarsa qualità dei servizi, patrimonio immobiliare svenduto, periferie abbandonate e manutenzione all’anno zero sono sotto gli occhi di tutti.

Non più tardi di due settimane fa, Dema ha annunciato un piano per migliorare i servizi negli ultimi dieci mesi di consiliatura. Al momento, però, di questa strategia non c’è traccia. E mentre Napoli annaspa, i revisori dei conti bocciano le assunzioni a tempo determinato di personale educativo e scolastico, con la conseguenza che gli asili nido comunali potrebbero operare a pieno regime non prima di novembre. Flop su tutta la linea, dunque. Davvero de Magistris pensa di candidarsi a guidare l’Italia con queste “credenziali”?