Questione Giustizia, la rivista di Magistratura Democratica diretta da Nello Rossi, ha appena scelto di pubblicare alcuni interessanti documenti relativi al caso Tortora. Essi ricostruiscono con chiarezza la dura presa di posizione che assunse all’epoca MD nei confronti sia dei magistrati responsabili di quella sciagurata indagine, sia della decisione del CSM di archiviare ogni procedimento disciplinare sui medesimi. Presa di posizione pubblica di una tale durezza che portò addirittura alla crisi della Giunta di A.N.M., che dovette dimettersi.

La ragione di questa scelta editoriale, per molti versi sorprendente, è chiarissima, ed è d’altronde rivendicata nell’editoriale di questo importante numero della rivista. Si intende orgogliosamente rivendicare una precisa identità culturale e politica di quella parte della magistratura italiana, proprio in relazione al caso simbolo della malagiustizia italiana. La magistratura italiana, si vuole dire insomma, non è (o non è stata?) una indistinta espressione di desolanti riflessi corporativi. E le correnti, intese come espressione di pensiero e culture differenti all’interno della giurisdizione, sono (o sono state?) occasione di confronto, di crescita civile, di ricchezza culturale.
La provocazione è coraggiosa e feconda, e merita attenzione e rispetto. Intanto, vediamo i fatti che essa documenta. Siamo nel marzo del 1989. All’indomani della definitiva assoluzione di Enzo Tortora, Giovanni Palombarini e Franco Ippolito, rispettivamente Presidente e Segretario di MD, nonché Sandro Pennasilico, segretario della sezione napoletana di MD, convocano una clamorosa conferenza stampa a Napoli, per denunciare le inammissibili “storture” di quel processo, l’inconcepibile gestione dei pentiti, il rapporto ancillare dell’ufficio istruzione rispetto alla Procura, la gestione della informazione giudiziaria.

Tra l’altro, la denuncia contro gli uffici giudiziari napoletani viene estesa anche alla oscura gestione dell’inchiesta sull’omicidio del giovane giornalista Siani, in ordine alla quale ben 400 avvocati del Foro hanno chiesto la rimozione del Procuratore capo Vessia. MD chiede con forza che il CSM dia seguito a severi provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati resisi responsabili “del più dirompente caso della vita politico-istituzionale italiana” (così testualmente Palombarini). Denunciano l’assurdità che uno di essi, il dott. Felice di Persia, sia stato nel frattempo eletto proprio al CSM (in quota magistratura Indipendente). Sarà tutto inutile, il CSM archivierà ogni accusa (anzi, premierà quei magistrati, aggiungo io). MD, che guidava l’ANM insieme ad Unicost, si dimette e determina la crisi della Giunta. Lo scontro è durissimo, MD denuncia che “la logica corporativa non tollera che dall’interno della magistratura vengano critiche alla gestione degli uffici giudiziari o allo stesso CSM”. E molto altro, che suggerisco davvero di andare a leggere con attenzione.

Se questa iniziativa di “Questione Giustizia” e del suo direttore vuole rivendicare una nobiltà della storia del correntismo all’interno della magistratura, con noi penalisti sfonda una porta aperta. Da sempre diciamo: stiamo attenti a non replicare il tragico errore qualunquista e populista fatto con la politica (per enorme responsabilità proprio della magistratura, però, caro Direttore Rossi!), con la distruzione dei partiti ridotti ad icona di ogni nequizia. Il problema non sono “le correnti”, ma la loro degenerazione in meri luoghi di amministrazione del potere (giudiziario). Comprendo l’orgoglio per quella rivendicazione, ma ciò che dobbiamo domandarci oggi è cosa sia rimasto di quelle spinte ideali, di quella indipendenza di pensiero, e soprattutto di quella attenzione alle garanzie ed ai diritti nei processi; e semmai, come poterli recuperare. Il Paese ha attraversato anni di drammatica alterazione degli equilibri costituzionali, con una esondazione catastrofica del potere giudiziario in danno del potere politico.

Il potere ipertrofico ed incontrollato delle Procure ed il suo micidiale connubio con i media ha la responsabilità storica di avere spostato l’oggetto del giudizio sociale sui fatti penali dalla sentenza alla incriminazione. Possiamo davvero dire che almeno una parte della magistratura italiana sia stata attraversata da una riflessione critica ed autocritica su questi temi cruciali? O quella bella pagina “napoletana” è solo un lontano e sbiadito ricordo, da guardare con malinconica trepidazione, come si fa con gli album di famiglia? Parliamone, con lealtà e chiarezza: noi siamo pronti a farlo.

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Presidente Unione CamerePenali Italiane