“Sono convinto che il primo provvedimento da attuare sia quello non solo di eliminare la carcerazione preventiva, ma anche quello di rendere le prigioni non posti di tortura bensì di soggiorno per gente privata della libertà, non della dignità che va garantita a qualunque essere umano” (Vittorio Feltri). “Investire nella costruzione di nuove carceri è il miglior modo per evitare richiami all’Italia”. (Nicola Gratteri). Metti una sera a cena, o in uno studio tv, un improbabile faccia a faccia tra due signori brillanti e famosi. Che si guardano, si studiano e faticano a capirsi. Infatti è consigliabile non farlo quell’invito, che comunque non verrebbe mai in mente nemmeno a quei conduttori che non disdegnano la presenza di ciascuno dei due, ma in ambito nettamente separato. In modo del tutto arbitrario abbiamo messo a tavola, o in un talk, l’uno di fronte all’altro, Nicola Gratteri e Vittorio Feltri. A parlare di carcere.

Sempre per scelta soggettiva abbiamo buttato alle ortiche i titoli della Stampa che privilegiava nell’intervista al procuratore di Catanzaro il problema della presunzione di innocenza e il “bavaglio” ai magistrati, e quello di Libero all’editoriale del direttore che a nostro avviso era fuorviante. Perché trasformava Feltri in una specie di Gratteri, e lo poneva al suo fianco, tutti e due con la cazzuola in mano a costruire nuove carceri. Quando l’uomo di buon senso dice (nel titolo) “Chiudere le prigioni? No, sistemiamole”, si capisce benissimo che manca ancora solo un passettino per un certo approdo e che mai comunque il direttore di Libero vorrebbe avere nelle mani quella cazzuola. Mentre il procuratore pare più preoccupato per la propria, di libertà. Magari per poter continuare a spiegarci con le conferenze stampa la necessità di tenere agli arresti senza sentenze di condanna tipi come l’avvocato Giancarlo Pittelli, piuttosto che pensare a migliorare la situazione delle carceri. O magari ridurre al minimo la custodia cautelare in prigione. Tanto che, dopo aver definito con sprezzo la situazione del carcere di Bollate come “uno spot”, oggi, in versione buonista, lo porta ad esempio di istituto che sforna detenuti meno recidivi di quelli usciti dalle altre carceri.

Ma si capisce che il problema sta più a cuore all’uomo di buon senso che non a quello di giustizia. Come se per lui fosse questione marginale, burocratica. Se lo “spot” di Bollate ha funzionato, va bene, costruiamone tante di carceri fatte così, con il lavoro che emancipa e alla fine produce meno recidiva. Ma intorno costruiamo alte e solide mura. Tutto scivola via, nel mondo delle toghe, come se non fossimo (o dovremmo essere, se la coltre del silenzio non stesse tentando di soverchiarci) nel pieno di un acceso dibattito sui cinque referendum-giustizia di domenica prossima. Come se l’uomo di giustizia e l’uomo del buon senso potessero sottrarsi, e parlare d’altro, della guerra o anche del caldo, non sentendo quello del carcere come un problema urgente. Come se tutti i pronunciamenti dei vari organi di giustizia europei non fossero sempre lì con il dito alzato a rimproverare l’Italia per le condizioni dei suoi istituti penitenziari, la lunghezza dei processi e di conseguenza della detenzione preventiva, la “tremendezza” delle sue pene. Come se non ci fosse questo referendum numero quattro a suggerire di arrestare di meno, soprattutto nei casi in cui si presume che l’indagato possa commettere in futuro lo stesso reato di cui non si sa neppure se lo abbia commesso oggi. Perché in assenza di condanne tutto è presunto: presunto reato e presunto colpevole. Ma reali manette.

Il procuratore Gratteri chiarisce che non è che lui voglia costruire nuove carceri per riempirle di più. Perché: “Come cittadino, oltre che come magistrato sarei contentissimo di vivere in un Paese dove nessuno più commette reati, chi non sarebbe contento? Ma se così non è, il sovraffollamento non deve diventare un alibi”. Elementare, Watson. Voi non commettete più reati e io depongo la cazzuola. Diamo così per scontati due principi: che l’unica forma di pena è la detenzione in carcere e che non esiste quella crudele forma di tortura che si chiama custodia cautelare, ma che vuol dire una cosa sola, manette senza processo e senza condanna. Seduto di fronte al prestigioso magistrato, il direttore Vittorio Feltri ha un moto di rabbia, lo possiamo vedere da lontano, mentre gli si accendono per un attimo le gote in un breve sbuffo. “Facciamo notare al lettore”, dice (scrive) – e questo lettore potrebbe essere benissimo il procuratore Gratteri- “che parecchi prigionieri sono in attesa di giudizio, cioè non hanno subito alcuna condanna, pertanto dovrebbero essere ritenuti innocenti fino a prova contraria. E invece sono tenuti nel gabbio finché la burocrazia giudiziaria non si deciderà se assolvere o bastonare l’imputato. Questa è una vergogna che però non scandalizza nessuno, nemmeno l’uomo qualunque che davanti a un segregato non prova altro che disprezzo, e non immagina neppure lontanamente che pure a lui potrebbe toccare in sorte di essere rinchiuso ingiustamente”.

Vengono alla memoria le parole dell’ultimo scritto di Gabriele Cagliari: per il magistrato, il detenuto è solo una pratica da sbrigare. Entriamo per un attimo nel faccia a faccia tra i nostri due illustri personaggi, la loro incomunicabilità, per ribadire, forse con un po’ di pedanteria, quanto sia fondamentale, sul piano dei principi, il quesito referendario numero quattro, quello che vuole abolire una delle condizioni necessarie al giudice per arrestare: il pericolo di reiterazione del reato. È importante proprio anche perché è l’appiglio preferito dai procuratori, quello più allarmante (rispetto al pericolo di fuga, che deve fondarsi su basi concrete o quello di inquinamento delle prove, che dopo un po’ di tempo evapora, diventa insensato), quello che si basa sul puro sospetto. Infatti è quello che lede maggiormente la dignità delle persona, quella dignità invocata nel suo editoriale da Vittorio Feltri.

È l’accanimento usato nei reati di droga, cioè nei confronti di quegli indagati che, anche qualora finissero condannati, andrebbero a rappresentare quella metà dei prigionieri nelle carceri italiane che deve scontare meno di tre anni. Quelli che dovrebbero poter fruire da subito di misure alternative, senza quell’automatismo della presunta “pericolosità sociale” che spesso ti accompagna dalla culla alla bara. Cioè a partire da quell’arresto basato non solo sul sospetto che tu possa aver commesso un reato, ma che potresti compiere in futuro lo stesso delitto se non ti tolgo subito dalla circolazione, se non ti metto in cattività. Ma un’alternativa è possibile. Votare Sì domenica prossima al quesito numero 4 insieme agli altri, e togliere di mano la cazzuola ai procuratori come Nicola Gratteri.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.