“Una manina” dentro le agenzie sotto il suo controllo ha dato al Corriere della Sera “Bollettini” riservati. Così parlò Franco Gabrielli, sottosegretario ai servizi segreti denunciando di fatto i suoi stessi uffici come posti non del tutto sicuri per la sicurezza dello Stato sul quale dovrebbero vigilare. “Una manina” ancora attiva e che agisce coperta da altri agenti. Dice infatti Gabrielli, aggravando la faccenda: nel medesimo contesto dove opera l’agente fellone “ci sono persone delle quali faremmo volentieri a meno”.

In effetti, ci sono dei precedenti. Ad esempio, a Report mostrarono la circolare interna, e in quanto tale presumibilmente classificata, che “in esclusiva” Sigfrido Ranucci mostrò in gigantografia per pochi istanti, preceduta dall’immagine di Gabrielli. Stessa manina? O c’è proprio un gruppo dentro i servizi che agisce obbedendo ad altri input, a cordate che corrono per una scalata tutta loro oppure ancora che rispondono ad intelligence forestiere? Proviamo ad andare alle radici mai divelte di quella pattuglia felloniana – passateci il neologismo – che rende il comparto più delicato dello Stato così vulnerabile. Di certo, viene da chiedersi, davanti ai panni sporchi lavati e strizzati in diretta streaming da Gabrielli, se voi foste della Cia o dell’MI6 passereste un documento segreto ai servizi italiani? Probabilmente no. Cosa sta realmente accadendo a Piazza Dante? Gabrielli è stato l’angelo custode su cui Mario Draghi ha puntato all’esordio del suo governo. E qual è stato il primo atto sulla scena del nuovo protagonista? La rimozione di Marco Mancini, in fretta e furia. Una decisione rimasta appesa a un mistero e a troppi segreti.

Ci sentiamo autorizzati a condividere qualche interrogativo, dopo un mese dalle minacce di morte ricevute da Mancini, messo nel mirino sin da troppi cecchini. E se mettessimo insieme gli elementi? Quelle minacce, sigillate dall’omertà delle istituzioni (scoperchiate dal Riformista, in solitaria, il 20 maggio scorso); la cacciata dai servizi segreti; la campagna martellata a testate unificate da Rai3, Repubblica, Il Fatto, Corriere della Sera, la Stampa e la Verità, sull’essersela cavata perché “salvato” dal segreto di Stato; gli spifferi gelati e forse al gas nervino provenienti da luoghi altissimi… Se insomma tutte le tessere del caso Mancini trovassero il loro incastro, come in un puzzle che si ricompone, in una verità semplice ed evidente, ma proprio per questo indicibile?

La nostra ipotesi, suffragata da una combinazione di combinazioni stupefacente, è che il centro dell’affaire che coinvolge lo 007 più famoso d’Italia, sia il segreto di Stato su Abu Omar. E fin qui, ci si dirà, ci arrivano tutti. Ma la nostra ipotesi, suffragata dalla logica e dai fatti che esponiamo, capovolge la vulgata che incolla Mancini nell’album dei sequestratori impuniti, salvati dal privilegio vigliacco del segreto di Stato. Se la nostra tesi, come crediamo fortemente, ha fondamento, cambia proprio tutto. E nel momento in cui è in gioco non solo la vita di una persona ma la fiducia che i cittadini devono poter riporre negli apparati di intelligence e di sicurezza, chiediamo di conoscere la verità su quella storia. E di sapere chi ha deciso di usare la sagoma di Mancini come bersaglio sacrificabile. Peccato non sia una sagoma da tiro al bersaglio ma una persona in carne ed ossa. Una persona che nel silenzio operoso, a quanto dicono le carte, ha incarnato la fiducia dei cittadini in uno Stato che deve tutelare la vita di tutti, e forse in primis dei suoi servitori.

Anche se nessuno si è scandalizzato, allo scadere dei quindici anni dal fatto, Giuseppe Conte ha prorogato il segreto. E lo stesso ha fatto Mario Draghi (ma lo sa?). Così pare. Risulta da una lettera del capo del Dis Elisabetta Belloni. C’è il segreto di Stato che avvolge tutta la vicenda fino ai minimi particolari. Perché? Chi continua ad essere avvolto dal mantello dell’invisibilità di Harry Potter? Intanto constatiamo che è come se si stesse facendo di tutto per esporre Mancini a qualche “incidente”. Il silenzio che ha circondato la prima pagina del Riformista del 20 maggio è davvero singolare. Il nostro titolo cubitale era un grido di allarme: “VOGLIONO UCCIDERE MANCINI, IL SUPER-007 SENZA SCORTA”. Non c’è spazio per una terza via: o smentisci o confermi e rimedi. Invece regna il silenzio. Un silenzio di tomba. Magari hanno ridato la scorta a Mancini. Non lo sappiamo. È ancora un cadavere che cammina solitario y final? Stanno al Copasir, quelle carte. Perché quel silenzio perdura? Di solito, se qualcosa di riservato finisce dalle parti di San Macuto, sede del Copasir – tipo la schedatura di filorussi finita sul Corriere della Sera – si trasforma in segreto di Pulcinella. Il dossier delle minacce a Mancini invece sonnecchia, ignorato persino da chi avrebbe dovuto allertarsi.

Domanda: il Comitato ristretto, presieduto da Gabrielli, che gli ha tolto la scorta, informandone Repubblica (13 maggio) e altri privilegiati, prima ancora dell’interessato, l’ha ripristinata o ha fatto spallucce? Forse, il ministero dell’Interno Luciana Lamorgese, tramite il prefetto locale, ha almeno ridato alla famiglia dello 007 la “vigilanza dinamica” intorno alla dimora? Al loro posto avremmo smosso mari e monti, tanto documentate e spaventose sono le minacce che abbiamo reso note. Lettere giunte al domicilio privato naturalmente segreto, messaggi che viaggiano impunemente fino al numero riservatissimo di chi sedeva ai vertici dell’intelligence. Tutto normale? No. C’è un bug. Una falla nel sistema di sicurezza. Interrogato dal procuratore di Ravenna – secondo le carte depositate al Copasir – per l’allora direttore dell’Aise (i servizi esterni) Paolo Scarpis le minacce “provengono dall’interno della nostra agenzia”.

Testuale. E molto, molto inquietante. Come hanno provveduto a ripulirlo, il servizio, Scarpis e successori? Individuando con un’inchiesta interna i colpevoli? Si è preferito delegare la polizia giudiziaria, che non ha risolto però il caso. Che sfortuna. E quindi si è preferito punire la vittima del fuoco amico, metterla a riposo a 60 anni, all’apice della sua esperienza e competenza, dopo che la vita delle persone a lui più care è stata destabilizzata. I criminali che dettagliavano alla figlia e alla moglie di Mancini che si sarebbero presto trovate davanti al cadavere del loro padre e marito “con una fucilata in testa”, dove si annidano? Come possono avere tutti i suoi dati personali? Mancini è irrintracciabile, per noi, al telefono. Ammettiamolo, non siamo bravi come quelli di Report: Sigfrido Ranucci e Giorgio Mottola hanno il suo numero privato su cui l’hanno invano messaggiato (Report del 25 ottobre 2021).

1 – Continua

 

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.