L'intervista
Marattin: “Editoria da tutelare”. L’economista leader del PLD: “Dai giudici troppa discrezionalità”
Luigi Marattin, economista, deputato e leader del Partito Liberaldemocratico (PLD) partecipa oggi all’incontro pubblico dedicato alle querele intimidatorie e alla libertà di stampa.
Le querele temerarie continuano a rappresentare una delle principali forme di pressione indiretta contro il lavoro giornalistico. In Italia esiste un problema strutturale di intimidazione economica verso la stampa?
«Sono e sarò sempre a difesa del diritto di chi si sente diffamato ad adire le vie giudiziarie: è una tutela irrinunciabile dello Stato di diritto e della civiltà del confronto pubblico. Tuttavia è evidente che questo strumento, sacrosanto, rischi di essere utilizzato in modo distorto, calibrato più sulla forza delle parti in causa che sulla gravità del fatto. In politica, per esempio, si tollera quasi tutto in nome della critica politica, anche insulti o accuse infamanti. Ma nella relazione tra giornalisti e poteri pubblici il rischio è ancora più grave, perché riguarda direttamente la libertà di stampa e di informazione».
Oggi il vero peso per molti giornali non è soltanto l’eventuale condanna, ma il costo di anni di processi, avvocati e richieste milionarie di risarcimento. Servono strumenti più efficaci contro le SLAPP?
«Probabilmente sì. Va sempre garantito il diritto di ciascuno a rivolgersi a un giudice se ritiene di essere stato diffamato. Ma è altrettanto chiaro che esiste una tendenza al sovrautilizzo dello strumento giudiziario con finalità intimidatorie. Occorre quindi trovare un equilibrio tra tutela della reputazione e libertà di informazione, evitando che il peso economico del contenzioso diventi esso stesso una forma di pressione».
La direttiva europea anti-SLAPP chiede maggiori tutele per giornalisti ed editori. L’Italia sta arrivando in ritardo?
«Come spesso accade sul recepimento delle direttive europee. E probabilmente il ritardo aumenta quando qualcuno ha interesse a rinviare norme che limiterebbero l’abuso di certi strumenti».
Come si può trovare un equilibrio tra il diritto alla reputazione dei singoli e la necessità di garantire ai giornalisti di lavorare senza il timore di richieste risarcitorie sproporzionate?
«È il punto cruciale, come dicevo. Credo che un combinato disposto tra una normativa più adeguata e un maggiore filtro nel rinvio a giudizio possano contribuire a risolvere i problemi».
Ha senso introdurre un tetto alle sanzioni pecuniarie contro le testate giornalistiche? Come si può trovare un equilibrio tra reputazione e libertà d’inchiesta?
«Non sono convinto che la strada giusta sia differenziare le sanzioni in base al ruolo di chi pubblica. Sarebbe più utile distinguere già in fase preliminare tra articoli costruiti rigorosamente su fonti verificabili e comportamenti chiaramente diffamatori fondati su notizie false o manipolate. Esiste inevitabilmente una componente discrezionale, ma non possiamo ignorare il potenziale distorsivo di interpretazioni troppo estensive delle fattispecie».
Una nuova legge sull’editoria dovrebbe affrontare anche il tema della sostenibilità legale delle redazioni e della tutela dei cronisti? Esiste il rischio che il pluralismo venga limitato dalla paura di pubblicare?
«Sì, il rischio esiste. E non si risolve semplicemente aumentando i contributi pubblici. Serve innanzitutto trasparenza sulle fonti di finanziamento, soprattutto in un’epoca in cui potenze straniere tentano di influenzare informazione e consenso. Credo inoltre che un finanziamento pubblico trasparente, rendicontato e cofinanziato non sia scandaloso: un’informazione libera e pluralista è un bene pubblico. Ma serve anche favorire l’arrivo di editori puri, anche stranieri, e soprattutto il coraggio dei giornalisti, di qualsiasi orientamento culturale, di non lasciarsi intimidire da alcun potere».
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