Da una parte Maria Licciardi, la “mamma camorra” (ribattezzata così dagli investigatori) fermata il 7 agosto scorso e spedita a 70 anni al 41bis, il carcere duro, perché riveste ancora una “posizione di responsabilità” e “risulta essere in grado di mantenere contatti con esponenti tuttora liberi dell’organizzazione criminale di appartenenza”. Dall’altra la scarcerazione dopo 24 anni, e il passaggio agli arresti domiciliari fuori Napoli, di Costantino Sarno, elemento apicale dell’Alleanza di Secondigliano, la confederazione di famiglie malavitose guidata dai Licciardi, Contini e Mallardo che, secondo la procura di Napoli, continua a guidare quasi incontrastata (dall’altro lato c’è il clan Mazzarella con il quale è stato raggiunto negli ultimi anni una sorta di accordo per tutelare gli affari illeciti e allontanare la pressione delle forze dell’ordine) la camorra partenopea, mantenendo un ascendente determinante sui piccoli clan che gestiscono, o provano a farlo, piccole porzioni di territorio.

Sarno (nato il 7 dicembre del 1953), arrestato nel giugno del 1997 dopo cinque anni di latitanza, iniziò a collaborare con la giustizia per pochi mesi salvo poi ritrattare tutto, approfittare di un permesso premio per darsi alla macchia ed essere nuovamente arrestato nel febbraio del 1998 in provincia di Venezia. “Per le estorsioni sul bancolotto esisteva una società tra noi (i Licciardi), i Mallardo e i Contini: 40-30-30” queste le sue parole ai magistrati l’8 luglio del 1997, prima del clamoroso dietrofront che, così come ricordato recentemente dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo, porta l’Alleanza di Secondigliano a non avere pentiti di spicco tra le sue fila. Un particolare che giustificherebbe le radici profonde dell’Alleanza di Secondigliano nel tessuto economico e sociale della città di Napoli e non solo. “Non è un caso – ha sottolineato Melillo – che mai negli ultimi 30 anni figure di rilievo delle famiglie mafiose che reggono le redini di quel cartello abbiano rotto il patto di omertà che li accomuna”.

Costantino Sarno qualche anno prima dell’arresto entrò in forte contrasto proprio con i Licciardi nell’area a nord di Napoli. Al centro dello scontro il contrabbando di sigarette. Padrino di Miano e San Pietro a Patierno, fu protagonista di una violenta faida con il clan Stabile prima delle tensioni proprio con i Licciardi che portarono alla scomparsa per “lupara bianca” di quattro fedelissimi di Sarno (Roberto Rosica, Arturo Galiano, Nicola Mirti e Walter Mallo, zio omonimo del giovane arrestato negli anni scorsi dopo aver sfidato a Miano e nel rione Don Guanella il clan Lo Russo).

La decisione di collaborare inizialmente con la giustizia potrebbe essere stata dettata da quest’ultimo episodio. I pm, per la prima volta, potevano entrare nelle strette maglie dell’Alleanza di Secondigliano e conoscerne il modus operandi. Ma la fattiva collaborazione di Sarno durò pochi mesi “perché verosimilmente qualcheduno gli ha offerto centinaia di milioni delle vecchie lire per comprare il suo silenzio e 24 anni di galera che si è fatto fino a poche settimane fa” ha recentemente spiegato Alfredo Fabbrocini, capo della Squadra Mobile di Napoli.

Il riferimento è al gennaio del 1998 quando Maria Licciardi, soprannominata ‘a Piccerella (la piccolina) per il fisico minuto e la statura bassa e chiamata “zia” dai tanti affiliati che nel corso degli ultimi decenni hanno avuto modo di conoscerla, venne fermata dalla polizia mentre viaggiava a bordo di una Nissan Micra con ben 300 milioni delle vecchie lire nascosti sotto al sedile. Per gli investigatori si trattava della prima delle due tranche promesse a Costantino Sarno per evitare la collaborazione con la giustizia. Fatto sta che nel corso dei mesi quest’ultimo ritratterà tutto.

Maria Licciardi invece, come anticipato dal quotidiano Il Roma nei giorni scorsi, è stata trasferita nelle scorse ore dal carcere di Lecce a quello di L’Aquila al 41bis dopo che il ministero della Giustizia guidato da Marta Cartabia ha accolto l’istanza con la quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli chiedeva il carcere duro per la 70enne fermata dai carabinieri del Ros all’alba dello scorso 7 agosto nell’aeroporto romano di Ciampino dove stava per imbarcarsi su un volo diretto a Malaga (Spagna) dove risiede la figlia. 

Nel decreto firmato dalla ministra Cartabia si legge che ‘a Piccerella, “in considerazione dello storico e carismatico ruolo dirigenziale e organizzativo assunto costantemente negli anni e della piena operatività in quanto liberi degli altri componenti del ‘direttorio’ dell’associazione”, e “nonostante lo stato di detenzione, è in grado di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata ed è concreto e attuale il rischio che possa tentare di continuare ad avere rapporti con gli affiliati in stato di libertà tramite i colloqui carcerari, svolgendo in tal modo attività di direzione e di raccordo con gli altri partecipi all’associazione”. “Mamma camorra” era stata già sottoposta dal 24 gennaio 2003 al 21 dicembre 2009.

La soffiata precedente e la breve latitanza prima del Riesame

Sorella di Gennaro ‘a Scigna (la scimmia), boss a capo dell’omonimo clan stroncato nel 1994 da un’ernia ombelicale nel carcere di Voghera, Maria Liccardi avrebbe assunto il comando dell’Alleanza da quando è stata scarcerata nel 2009 dopo aver scontato una condanna a otto anni, molti dei quali al 41 bis. Gli altri due fratelli, Pietro e Vincenzo, sono detenuti da tempo. Per tale motivo lo scorso 7 agosto i carabinieri evitarono di farla salire sull’aereo diretto in Spagna.

Troppo alto il rischio di lasciar espatriare la donna che già nel 2019 sfuggì a un imponente blitz contro i clan dell’Alleanza e soprattutto contro la cosca dei Contini-Bosti. Ben 126 le misure cautelari emesse all’epoca dal Gip Roberto D’Auria nell’ambito dell’operazione Cartagena. All’appello mancava però proprio lei.  “Maria Licciardi è irreperibile” commentò nel corso della conferenza stampa il procuratore Melillo. La donna, probabilmente grazie a una puntuale soffiata, riuscì ad abbandonare la sua abitazione ai piani alti di una palazzone nella Masseria Cardone a Secondigliano, periferia nord di Napoli, prima dell’arrivo dei carabinieri. Poche settimane dopo, mentre “zia Maria” era latitante, il tribunale del Riesame annullò tutto e la donna, ribattezzata anche ‘boss in gonnella‘, tornò a casa.

Ma la Procura e le forze dell’ordine non hanno gettato la spugna. Le indagini sono andate avanti anche negli ultimi anni con il procuratore Melillo che, quando l’attenzione mediatica e cinematografica era spesso rivolta alle baby gang e alle “paranze” di camorra che si combattevano a colpi di stese e raid incendiari, ha più volte sottolineato che non bisognava dimenticare chi agiva dietro le quinte, chi manovrava dall’alto bande di ragazzini pronte a tutto pur di conquistare un pezzo di strada dove spacciare o imporre il racket.

L’Alleanza di Secondigliano ha le mani sulla città” ha ripetuto spesso riepilogando la genesi dell’organizzazione nata con la stessa mentalità dei Casalesi e del clan di Carmine Alfieri, che all’epoca diede vita alla Nuova Famiglia, vincitrice negli anni Ottanta della cruenta faida con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il fermo di Maria Licciardi, nata il 24 marzo del 1951, venne convalidato dal Gip nei giorni successivi.

Le nuove accuse a Maria Licciardi

Licciardi è indagata per associazione di tipo mafioso, estorsione, ricettazione di somme di denaro di provenienza illecita e turbativa del regolare svolgimento di un’asta giudiziaria, reati aggravati dalle modalità mafiose. Tornata libera nel 2009, nel corso degli ultimi 12 anni è stata impresa ardua cristallizzare le numerose accuse nei suoi confronti emerse dalle parole dei collaboratori di giustizia e dalle indagini sul campo da parte delle forze dell’ordine, complicate dalle continue bonifiche di abitazioni, scooter e auto in uso all’organizzazione (volte a eliminare la presenza di dispositivi di intercettazione).

Adesso carabinieri e procura ci riprovano. Stando all’impianto accusatorio, Maria Licciardi ha progressivamente assunto la direzione della consorteria criminale, gestendo le attività illecite attraverso disposizioni impartite, anche durante incontri e summit riservati, ad affiliati con ruoli apicali e ai capizona ai quali erano affidate porzioni dell’area di influenza dell’organizzazione (Masseria Cardone, Don Guanella, Rione Berlingieri e Vasto).

Inoltre “zia Maria”, sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, veniva costantemente aggiornata delle dinamiche interne al clan Mallardo di Giugliano e manteneva rapporti amichevoli anche con il clan della Vanella Grassi (i girati della faida di Scampia), i potenti Di Lauro e i Polverino di Marano di Napoli.

Le investigazioni avrebbero anche evidenziato un’attenta gestione della cassa comune da parte della 70enne, che puntualmente provvedeva al sostegno delle famiglie degli affiliati detenuti, ciò anche per evitare pericolose defezioni collaborative. Sono state censite condotte di natura estorsiva, tra cui l’intervento in occasione di un’asta giudiziaria riguardante la vendita all’incanto di alcuni immobili ubicati a Secondigliano, e le minacce rivolte da Maria Licciardi nei confronti una donna ritenuta responsabile di aver sottratto un’ingente somma di denaro alla famiglia mafiosa.

 

 

 

Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.