A occhi chiusi, allarghi le narici: mirto, cappero, oleandro, gelsomino, eucalipto, liquerizia. È un indivisibile profumo. A occhi aperti, sgrani l’iride: ulivo, leccio, agave, rododendro, lentisco, limone. È un mondo multicolore indivisibile. Una mano fantasma può spostare i chilometri, a migliaia, inutile annusare, sbirciare: ci si potrebbe trovare in una qualunque delle sponde del Mediterraneo senza indovinare il paese.
Le divisioni sono state un’invenzione umana: chi lo fece, Dio, Dei, Fato o Caso, il bacino intorno al mare Antico lo costruì come un unico paradiso per darlo in dono a un’unica razza, quella umana. Il male ce lo siamo fatti da noi, e ce lo continuiamo a fare. Non c’è bisogno di tenere gli occhi aperti: quando il fuoco puzza si sta in mezzo al dolore. Se le fiamme danno morsi deboli al gelo dell’inverno, le alimenta la disperazione di ciocchi inventati, legni improbabili: plastica, carta, truciolato, cherosene. Il fuoco dei campi profughi è un falò di fortuna, fatto con quel che capita, che prende calore ai fiati che gli stanno intorno più che darglielo. Serve a segnare un punto per costruirci un cerchio d’umanità in cui nutrire le speranze di ognuno.

Ci si rifugiano i nostri, stranieri in casa nostra. Hanno i nostri stessi capelli, uguali gli occhi, stesso l’odore della pelle e stessa figlianza mediterranea. Ed è gente come noi che va a dargli speranza, quelli che respirano ancora e hanno ancora occhi per annusare e vedere l’indivisibilità del nostro mondo. I figli delle zagare per i quali continua a esserci un’unica razza umana. Quelli che con la loro anima ci danno occhi, orecchie e mani, ci fanno versare temporali di lacrime sui lutti che la gente si è portata dietro, ci fanno vedere musicisti, medici, calzolai, contadini, uomini, donne, piccoli: un popolo siriano che ha provato a essere normale, che tante volte il male se lo è fatto da solo e molte altre se lo è visto imporre da un Occidente egoista, cinico. Un popolo che paga le logiche dell’affarismo è il popolo che tutti i popoli a giro sono stati. E nessuno, dei pochi che le hanno superate, le avrebbe superate le proprie sofferenze se a giro, i migliori fra gli uomini non fossero accorsi a portargli la loro umanità. Chi soffre ha bisogno di sentirsi fratelli accanto, molto più che di beni materiali.

Masum, è un nome che davvero può spezzare il cuore, corrisponde a un maglione a righe di quelli che si usavano negli anni ottanta, a un paio di occhiali con la montatura troppo grande, anche quella di una moda passata, dentro ci dondola un corpo gracile, una voce rauca. Un essere minuscolo, ma acceso da un’anima fiammeggiante che lo fa volare verso un salvatore, in una corsa sfrenata, un salto e un abbraccio al collo, stretto, bruciante. Masum è un bambino siriano, il dottore lo chiamano, perché è quel che vuole fare da grande.

Un gruppo di volontari è riuscito a portarlo in Germania, a ricomporre la propria famiglia. Una schiera d’uomini lo protegge, non lo lascerà solo. Parliamo di Masum per dire che ci possono essere storie diverse da quella di Ali Ghezawi, che a 14 si è ucciso. L’Olanda ha respinto la sua richiesta d’asilo. Anche Alì come Masum avrebbe voluto studiare. Ci sono storie diverse, Occidenti diversi, soprattutto: uomini differenti.