La visita del presidente libanese Joseph Aoun negli Stati Uniti, la prima su invito di Donald Trump, potrebbe rappresentare un passaggio destinato a cambiare gli equilibri del Medio Oriente. Se fino a pochi mesi fa un incontro di questo livello sarebbe apparso impensabile, oggi si inserisce in un contesto profondamente mutato dopo la guerra tra Israele e Iran, il ridimensionamento di Hezbollah e il crescente confronto militare tra Washington e Teheran. Per la nona notte consecutiva, tra domenica e lunedì, gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi iraniani con un’intensità sempre maggiore, nel tentativo di impedire al regime degli ayatollah di ricostruire le proprie capacità militari e continuare a destabilizzare la regione attraverso la sua rete di milizie. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. L’Iran ha lanciato missili balistici e droni contro nove Paesi, provocando morti e ingenti danni non solo nelle basi americane, ma anche tra la popolazione civile. Una strategia che conferma come il terrorismo e l’escalation militare restino gli strumenti privilegiati della politica estera iraniana.

In questo scenario si inserisce l’accordo quadro raggiunto il 26 giugno tra Israele e Libano con la mediazione americana. L’obiettivo immediato è stabilizzare il confine settentrionale di Israele, ma la prospettiva è molto più ambiziosa: trasformare il cessate il fuoco in una graduale normalizzazione dei rapporti fino a una pace storica tra i due Paesi. Un passo decisivo è stato compiuto nel recente incontro di Roma tra le delegazioni israeliana e libanese. È stata raggiunta un’intesa sulle prime due aree pilota che saranno affidate alle Forze armate libanesi per essere bonificate dai miliziani e dagli arsenali di Hezbollah. Le parti hanno inoltre ribadito l’assoluta necessità del disarmo completo della milizia sciita. Sarà questo il vero banco di prova per il Libano. Dall’efficacia dell’esercito libanese dipenderà il graduale ritiro delle Forze di difesa israeliane dalle aree ancora presidiate. È in gioco la stessa sovranità del Libano. Non è un caso che domenica scorsa Joseph Aoun abbia incontrato il segretario di Stato Marco Rubio. Al centro dei colloqui vi è stata proprio l’attuazione dell’accordo quadro. Martedì il presidente libanese dovrebbe essere ricevuto da Donald Trump, un incontro che potrebbe imprimere un’accelerazione decisiva all’intero processo. Per Beirut la scelta non è soltanto diplomatica, ma anche economica e politica. Il Libano ha bisogno di ricostruire le proprie istituzioni, attrarre investimenti e uscire dalla più grave crisi finanziaria della sua storia. Tutto questo è incompatibile con la presenza di una milizia armata che risponde a Teheran più che allo Stato libanese.

Se questo processo dovesse consolidarsi, il principale sconfitto sarebbe l’Iran. Per oltre quarant’anni la Repubblica islamica ha costruito la propria strategia regionale attraverso Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite irachene. L’eventuale uscita del Libano dall’orbita iraniana priverebbe Teheran del suo principale avamposto sul Mediterraneo e ridurrebbe drasticamente la sua capacità di minacciare Israele. Anche il mondo arabo è profondamente cambiato. Gli Stati del Golfo considerano ormai l’espansionismo iraniano una minaccia diretta alla propria sicurezza e guardano con crescente interesse a un nuovo assetto regionale fondato sulla cooperazione con gli Stati Uniti e, in prospettiva, anche con Israele. In questo quadro il Qatar continua a mantenere una politica ambigua, cercando di preservare rapporti privilegiati sia con Washington sia con gli attori più vicini a Teheran. La visita di Joseph Aoun a Washington potrebbe quindi essere ricordata non come un semplice incontro diplomatico, ma come l’inizio di un nuovo assetto regionale. Se il percorso dovesse consolidarsi, il Medio Oriente assisterebbe contemporaneamente a due eventi storici: la possibile pace tra Israele e Libano e il definitivo isolamento dell’Iran.