«Non considero Napoli invivibile, ma è innegabile che criminalità organizzata e conformazione del territorio la penalizzino più di altre città italiane. Coesione sociale, recupero di zone degradate e potenziamento dei sistemi di videosorveglianza costituiscono la strategia messa in atto dall’Ufficio territoriale di governo per arginare i fenomeni criminali, durante l’emergenza Covid e quando sarà finita»: il prefetto di Napoli Marco Valentini racconta quale momento vive il capoluogo partenopeo, collocato da Italia Oggi e dall’università la Sapienza solo al centesimo posto nella graduatoria delle città italiane con riferimento alla sicurezza. Dati che collocano il capoluogo partenopeo tra i centri più pericolosi d’Italia.

Prefetto, che quadro ha della città rispetto alla criminalità?
«Napoli vive le problematiche che vivono tutte le grandi città italiane, ma con alcune peculiarità: la presenza di una criminalità organizzata radicata sia nel capoluogo che nella provincia e lo stato particolarmente degradato di alcune aree urbane che favoriscel’emarginazione sociale più che altrove. Napoli e la sua area metropolitana presentano una configurazione urbanistica molto particolare: i Comuni sono attaccati l’uno all’altro e c’è un’enorme densità abitativa. Questi fattori aumentano i problemi strutturali in termini di circolazione delle persone e influiscono sulla sicurezza pubblica».

Quale impatto ha avuto il Covid sulla criminalità organizzata?
«La criminalità organizzata non ha cambiato il suo modus operandi, ha adattato i suoi interessi e i suoi traffici al nuovo scenario infiltrandosi in una serie di attività che possono creare buisness. Penso, per esempio, al comparto sanitario, alle imprese in difficoltà alle quali i malavitosi forniscono liquidità. In questa crisi la camorra ha mantenuto i suoi traffici tradizionali, a cominciare da quello della droga, ma ha sviluppato anche nuovi interessi nell’ambito degli appalti nel settore sanitario e tentato di acquisire i contributi pubblici che afferiscono ai ristori del Covid».

Quando l’emergenza sanitaria sarà passata, crede che la camorra cambierà il suo modus operandi?
«Le organizzazioni criminali cambiano quando cambiano gli equilibri sociali ed economici, quindi sicuramente sì. È per questo che la camorra va costantemente monitorata, per avere la percezione di un eventuale cambiamento strutturale. Nel contempo è molto importante che gli aiuti alle persone in difficoltà arrivino subito e che per ogni provvedimento venga calcolato attentamente il rischio mafioso».

Oltre la prevenzione, quali strategie sono in atto per contrastare la criminalità?
«Operiamo su diversi livelli. Innanzitutto sul tema della coesione sociale. In questa fase non bisogna creare disuguaglianze: se lasciamo una fetta di popolazione senza sostegni, creiamo una divisione pericolosa nella quale la criminalità organizzata si infiltrerà. Allo stesso tempo ci avvaliamo anche di strumenti: siamo lavorando a un progetto per implementare la videosorveglianza. Al momento ci sono circa mille telecamere che vigilano su Napoli, tra qualche mese il numero sarà quadruplicato. Non è tanto importante la quantità, ma la capacità di creare un’unica rete di controllo. Perciò, in questo progetto, stiamo coinvolgendo anche i privati. Crediamo anche che i sistemi predittivi siano preziosi per la lotta alla criminalità».

Si riferisce al sistema X-Law, il sistema elaborato dall’università Federico II che, sulla base di una serie di statistiche, consente di prevedere con buona approssimazione il luogo e la fascia oraria in cui sarà commessa una rapina?
«Sì, ma non solo. Ci sono altri modelli di sistemi predittivi che stiamo sperimentando. In particolare, approfondiremo i sistemi che ci consentiranno di prevenire i crimini commessi dai minori, che spesso vedono l’utilizzo di armi da fuoco. A Napoli ci sono troppe armi, ma soprattutto ci sono troppe armi tra i ragazzini».

Quali misure avete messo in campo per fronteggiare il fenomeno delle baby gang?
«C’è in corso un lavoro di analisi per intercettare il traffico delle armi, per capire i loro percorsi, il mercato clandestino, dove vengono custodite e come mai sia così frequente il loro utilizzo. È partita anche una ricerca per mettere in luce gli elementi che incentivano la dispersione scolastica e il reclutamento dei minori in atti criminali. Dobbiamo conoscere e parallelamente essere pronti a intervenire su diversi fronti».

Quali sono gli elementi che alimentano la nascita delle baby gang?
«Sicuramente il degrado di molti luoghi della città rende gioco facile alla criminalità organizzata. In questo senso l’urbanistica è fondamentale. Ho già incontrato tutti i presidenti delle municipalità per analizzare le criticità di ciascuna zona. Ovunque sono emersi spazi abbandonati e Napoli non può permetterselo. La lotta alla criminalità passa necessariamente per la riorganizzazione e la riqualificazione del tessuto urbano».