“Mamma, perdonami. Non è colpa tua, ma te lo avevo detto che in comunità non ci volevo stare”. Poche parole, scritte a penna con tratto incerto su un foglio di carta, trovato a terra in un bagno della comunità per minori «Cento Passi» di Villa di Briano, vicino Caserta. Sopra il biglietto, il corpo sospeso a mezz’aria di Vincenzo Arborea, il ragazzo di 16 anni che ieri mattina si è tolto la vita dopo che dal 27 novembre scorso era sottoposto al provvedimento di misura cautelare per il furto di un iPhone avvenuto qualche mese prima a Scafati.

Il tribunale dei minori aveva disposto l’accoglienza in comunità, visto il rischio di fuga e reiterazione del reato: una soluzione meno dura di quelle che spesso toccano ad altri suoi coetanei che, per reati simili, finiscono nelle carceri minorili. Ma Vincenzo – riporta Il Mattino – ha sempre mostrato frustrazione verso la sua condizione: domenica, giorno prima della tragedia, era scappato e tornato a casa, a Boscoreale, per gridare la sua sofferenza: “Non ci torno in comunità”, avrebbe detto alla madre, che però ha insistito per riaccompagnarlo a Villa di Briano.

Gli operatori della casa di recupero avevano perso le sue tracce, dopo che gli era stato negato il permesso per uscire e partecipare alla commemorazione per il trigesimo della morte di sua sorella. Sua madre lo ha riportato lì, provando a convincerlo che per lui quel periodo avrebbe potuto significare una seconda chance per lui. Dopo meno di 24 ore Vincenzo ha scelto di impiccarsi con la cintura di un accappatoio.

La responsabile della comunità è venuta a sapere del gesto mentre si era recata dai carabinieri di Frignano per riferire in merito alla fuga del giorno prima. La Procura di Napoli Nord, retta dal procuratore facente funzioni Carmine Renzulli, ha predisposto gli accertamenti di rito, che hanno confermato si sia trattato di suicidio.

In Campania ogni anno sono in media 5mila i giovanissimi, tra i 12 e i 18 anni, che vengono identificati e riaffidati ai genitori o condotti in comunità di recupero per episodi di disagio e devianza, atti di bullismo, risse.

“Sono ragazzi attraversati da una profonda sofferenza psichica, solcati da storie tremende”, ha scritto in un post su Facebook Maria Luisa Iavarone, mamma di Arturo, il ragazzo accoltellato da una baby gang nel dicembre del 2017 a via Foria a Napoli. “Chiediamo per questi ragazzi – ha proseguito la donna – una profonda attenzione alla loro salute psichica e mentale: c’è bisogno per loro di protocolli di accompagnamento educativo-terapeutico con accordi interistituzionali tra Ministero della Giustizia e Ministero della Salute”.

Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.