Il Palamaragate si sta ingarbugliando sempre di più. Esce fuori ogni giorno un nuovo groviglio di trame, sotterfugi, imbroglietti, bugie, che rendono sempre più opaca (anzi: nera) l’immagine dei vertici della nostra magistratura. Nei giorni scorsi vi abbiamo raccontato di come sia stata ritardata la consegna al Csm e alla Cassazione dei messaggi whatsapp scaricati dal cellulare sequestrato a Luca Palamara.

E vi abbiamo parlato anche del mistero degli Sms che non risultavano consegnati, e invece la procura di Perugia è sicura che siano stati consegnati. Oggi emerge un altro particolare clamoroso. Palamara nel maggio del 2019 era intercettato più di un dissidente tedesco nella Germania comunista. Spie, controspie, e il famoso trojan, cioè quel marchingegno che rende il cellulare un microfono che trasmette tutto quello che succede intorno a te, una centrale che intercetta.

Beh, siamo riusciti a ricostruire come mai e quando e in che modo il trojan fu spento solo per alcune ore in occasione di una cena importantissima di Palamara con l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e altri tre o quattro magistrati molto molto importanti. In quella cena, probabilmente, si parlò del destino della procura di Roma e della battaglia per conquistarla (battaglia poi vinta da Pignatone con la nomina di Michele Prestipino). Il trojan non funzionò, e la cena restò segreta perché un finanziere interruppe la programmazione automatica che prevedeva l’intercettazione di Palamara in tutte le sue serate. Tutte meno che una.

Chi diede l’ordine al finanziere (di cui abbiamo trovato anche la sigla)? Non i Pm perugini, evidentemente. E allora? L’ordine, o il consiglio, partì da Roma? Da chi?
Sarà il caso che qualcuno indaghi, o se non ci sono esponenti politici di mezzo la magistratura pensa che sia possibile non indagare?