Dal cellulare di Luca Palamara sono spariti tutti gli sms. Negli atti depositati dalla Procura di Perugia non c’è traccia dei Short Message Service, i cosiddetti messaggini che l’ex presidente dell’Anm inviava e riceveva sul proprio cellulare.

Questa circostanza è una delle tante anomalie che caratterizzano l’indagine per corruzione nei confronti dell’ex zar delle nomine al Csm. In particolare per le modalità con cui è stata condotta l’attività di intercettazione effettuata dal Gico della guardia di finanza sul cellulare di Palamara. Ieri avevamo rivelato il ritardo di circa un anno con cui la Procura di Perugia aveva inviato al Csm ed alla Procura generale della Corte di Cassazione le chat WhatsApp del magistrato romano.

Dopo aver sequestrato il cellulare di Palamara il 30 maggio del 2019, i pm umbri avevano disposto l’estrapolazione di tutti i dati contenuti al suo interno. Come avevamo raccontato, le operazioni di estrazione dei dati si erano svolte il giorno successivo presso la sede romana del Gico. Venne incaricato del compito il maresciallo della finanza Antonio Miccoli in servizio presso “l’Ufficio operazioni sezione operazioni computer forensics e data analysis”. L’estrapolazione dei dati, effettuata con il software “physical analyzer”, iniziò alle 9.50 e terminò alle ore 12 successive “con successo”, come scrisse Miccoli nel verbale. Mentre le intercettazioni delle conversazione telefoniche e i colloqui registrati con il virus trojan vennero inviati al Csm il 3 giugno del 2019, per le chat WhatsApp bisognerà aspettare la fine di aprile di quest’anno, all’indomani della notifica dell’avviso di chiusura indagini a Palamara. Non c’era nulla di “penalmente rilevante”, sarebbe stata la giustificazione degli inquirenti a proposito della diversa tempistica di trasmissione degli atti. Le chat WhatsApp, però, erano state utilizzate per effettuare l’8 luglio del 2019 l’interrogatorio del funzionario di polizia Renato Panvino, il capocentro della Dia (Direzione investigativa antimafia) di Catania.

Secondo la Procura di Perugia, Panvino era stato incaricato di acquistare un monile per conto di Palamara. Si legge nel verbale di interrogatorio: “L’Ufficio da atto di dare lettura di alcuni messaggi sulla chat in atti”.

Gli investigatori volevano sapere da Panvino quali erano i rapporti fra l’imprenditore Fabrizio Centofanti e Palamara. Secondo l’accusa iniziale, Palamara, in cambio di viaggi, pranzi ed altre utilità fornite nel tempo da Centofanti, si sarebbe messo a disposizione di quest’ultimo quando era consigliere del Csm. A Panvino gli inquirenti domandano, ad esempio, se la cena per una amica di Palamara o comunque il festeggiamento del suo compleanno “fosse organizzato da Centofanti e le spese sostenute da lui”. Lo stesso Panvino si era rivolto a Palamara affinchè «potesse dire a Centofanti di farmi avere un trattamento di favore per un pernottamento a Villa Igea che è una struttura recettiva del gruppo Acqua Marcia (società presso la quale Centofanti prestava la propria attività di pr, ndr)». «Peraltro anche io a settembre 2017 avevo fatto in modo di far applicare a Centofanti una tariffa di favore nell’albergo a Catania», aggiunge il funzionario di polizia pressato dai pm umbri.

Tornando, invece, ai messaggini, come mai non c’è traccia alcuna nel fascicolo depositato dai pm di Perugia pur essendo stata effettuata “con successo” l’estrazione dei dati del cellulare di Palamara? Quanti erano e quale era il loro contenuto? Il diretto interessato, Luca Palamara, in questo momento è l’unica persona ad essere a conoscenza dell’informazione, essendo tornato in possesso del suo cellulare. Ma contattato dal Riformista, Palamara non si è sbottonato. Dopo aver precisato di non averli cancellati, sibillino ha fatto intendere che ci sarebbero sms con alti magistrati e con importanti personalità dello Stato.

L’oggetto delle conversazioni dalla lunghezza di 160 caratteri, e per le quali non c’è bisogno di connessione dati, sarebbe stato sempre lo stesso: gli incarichi dei magistrati. Perché, allora, la Procura di Perugia ed il Csm non sono interessati a conoscere chi erano questi alti magistrati e personalità dello Stato che chiedevano favori a Palamara via sms? È solo una forma di rispetto della privacy togata o c’è dell’altro?