Esteri
Patto di Cardiff, l’idea di Regno “Unito” torna ad essere una domanda aperta
Tra poco l’Irlanda tornerà unita. Parola di Donald Trump. Bum. Più che un sasso, è una bomba lanciata nello stagno della politica inglese. Una missiva indigesta per il tentennante premier Burnham. Nel frattempo, i leader dei Paesi del Regno Unito, Inghilterra a parte, hanno colto la palla al balzo e si sono riuniti in fretta e furia a Cardiff per rivendicare il diritto a un nuovo referendum sull’indipendenza da Londra. Un gesto deciso e non solo simbolico benché, per legge, l’ultima parola sul via libera spetta sempre a Downing Street, e da quelle parti non si prevedono mosse rilevanti rispetto alla tradizionale linea Maginot anti-secessione. E se non si tratta di un vero e proprio golpe e di un addio lampo, dato che almeno per ora nessuno strapperà, la Union Jack a metà, rimane il fatto politico che nel salone del St David’s Hotel affacciato sulla baia gallese, tre primi ministri hanno firmato una dichiarazione comune sul diritto all’autodeterminazione.
Conviene segnarsi la data perché, per la prima volta nella storia della devolution, Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono guidate simultaneamente da governi indipendentisti o apertamente nazionalisti. Protagonisti dell’incontro, John Swinney, primo ministro scozzese e leader dell’SNP, reduce da mesi in cui ha accusato il nuovo premier Andy Burnham di non avere la minima idea di cosa significhi tenere insieme un Regno che, a dispetto del nome, sempre meno si sente Unito. Con lui Rhun ap Iorwerth, eletto dopo la storica affermazione di Plaid Cymru alle elezioni di maggio. E Michelle O’Neill, prima ministra nordirlandese di Sinn Féin, che porta con sé l’ospite più simbolico della giornata: Mary Lou McDonald, presidente del partito repubblicano e leader dell’opposizione a Dublino. Se la geografia del potere britannico avesse un senso dell’ironia, l’avrebbe messa proprio così: tre nazionalismi diversi, un solo tavolo, e Westminster invitata solo a guardare.
Il testo in preparazione, stando a quanto rivelato dal Telegraph, si regge su quattro pilastri: economia, energia, rapporti con l’Europa e, appunto, autodeterminazione. Non è un trattato di secessione, sia chiaro: è più simile a un patto di intenti, un modo per dire a Londra che la pazienza delle nazioni devolute ha un fondo, e che quel fondo si sta vedendo. Ma nel merito, le ambizioni non sono timide. Scozia e Galles guarderebbero a un ritorno nell’Unione europea come Stati indipendenti; l‘Irlanda del Nord, invece, ci rientrerebbe per la porta più radicale, quella della riunificazione con la Repubblica. Swinney, dal canto suo, ha inviato seccamente Burnham ad “abbracciare l’idea di passare alla storia come l’ultimo primo ministro del Regno Unito”. È la fotografia di un momento politico in cui il centro di Londra, già logorato dalla parabola discendente di Starmer e dalla rincorsa affannosa di Burnham, si trova a fronteggiare tre periferie che parlano la stessa lingua della rottura, pur perseguendo obiettivi diversi tra loro.
C’è poi il capitolo gallese, meno appariscente ma non meno concreto: Plaid Cymru chiede da tempo il superamento della Barnett formula, il meccanismo che regola i finanziamenti alle nazioni devolute, giudicato ormai iniquo, e maggiori poteri trasferiti a Cardiff su polizia e ferrovie. Piccoli mattoni di un edificio che, sommati, raccontano una devolution che non si accontenta più di gestire l’amministrazione locale e vuole mettere mano alla cornice costituzionale. Difficile, a questo punto, non chiedersi cosa resti dell’architettura di una Gran Bretagna che ha attraversato secoli di aggiustamenti, referendum falliti e rilanciati, crisi di identità sopravvissute quasi per inerzia. Ma il patto di Cardiff è la prova definitiva che l’idea stessa di Regno “Unito” ha smesso di essere un dato di fatto e sta tornando, dopo tanto tempo, a essere una domanda aperta.
© Riproduzione riservata






