La “tragedia Pd” rivisitata da Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci e il primo segretario del Partito democratico della sinistra, oggi “battitore libero” della sinistra. Un “battitore” che non le manda a dire.

Nel commentare a caldo l’annuncio di Nicola Zingaretti di rassegnare le dimissioni da segretario del Partito democratico, lei ha utilizzato una parola forte: tragedia.
La scelta non è una tragedia in sé ma è la testimonianza di una tragedia. Ed è esattamente la tragedia messa in luce da Zingaretti con la sua dichiarazione. Zingaretti ha rivelato qualcosa che in fondo sapevamo ma che detta da un segretario dello stesso partito rende un peso diverso, e cioè che il Pd si era ormai ridotto a un partito di correnti, dominato da signori della guerra attenti alle posizioni di potere, agli organigrammi che non alle idee. Questa rivelazione fatta addirittura dal segretario dello steso partito, è la testimonianza di una tragedia in atto, che per me è una sorpresa fino a un certo punto perché, a mio avviso, è l’epilogo del punto di partenza sbagliato con cui si è costruito il Partito democratico. Ho detto per primo, anche se poi questa frase è stata ampiamente ripresa successivamente, che il difetto di fabbrica del Pd era di essere una fusione a freddo di apparati. Questa fusione ha portato, purtroppo, a questo epilogo. Un epilogo triste, tragico, ma scritto nel dna di un partito nato male e che ora rischia di finire peggio.

Epilogo. Oggi (ieri per chi legge) questo giornale titola a tutta pagina: “Il Pd era morto e adesso lo sa. La sinistra ora può rinascere”. Una tragedia può anche essere una opportunità per un nuovo inizio?
Certo che sì, ma questo è possibile se nasce la consapevolezza, appunto, che finalmente si sa che il Pd è morto, come dice bene il titolo citato. Questa consapevolezza sarebbe già un primo passo in avanti. Il problema è come adesso risponde il Pd. Se la prima risposta, come abbiamo visto, è la furbizia di chiedere a Zingaretti di ritirare le dimissioni, di diventare segretario di minoranza, in balia di una danza delle correnti, evidentemente questa consapevolezza non c’è, ed è quello che io temo. Penso che Zingaretti non debba permettere questo gioco. Un gioco al massacro, personale e politico. Non deve permetterlo per portare fino in fondo quella consapevolezza che se accolta come momento di verità, può trasformare una tragedia in una grande occasione per un nuovo inizio.

C’è una parola che viene utilizzata spesso in modo strumentale per mascherare giochi di potere e bassezze varie. Questa parola è “contenuti”. Lo stesso Zingaretti ha evocato la necessità di un Congresso su contenuti e non su una conta. Lei ha provato, anche nel suo ultimo libro, “Una forma di futuro. Tesi e malintesi sul mondo che verrà” (Marsilio nodi), a entrare nel merito di quei contenuti che dovrebbero essere fondativi di una sinistra all’altezza delle sfide del Millennio. Entrare dentro e non solo evocare questi “contenuti”.
È quello che è mancato e che continua a mancare. Secondo me Zingaretti ha ragione quando dice che il problema non era quello delle primarie bensì quello di affrontare i contenuti per un rilancio del Pd. Ma io direi qualcosa di più. Anche qui evoco un mio pallino: quando io parlo di “Costituente delle idee”, ritengo che la sinistra abbia bisogno vitale di un momento in cui non si parli assolutamente di organigrammi, ma si affrontino esclusivamente i temi che sono sul tappeto. Il problema della crisi della sinistra, non è solo italiano ma europeo e persino mondiale, e quindi c’è materia abbondante per una discussione spassionata di tutta la sinistra.

È un problema di identità, di visione strategica, di cultura politica, questo si è detto e sviscerato anche in nostre precedenti conversazioni. Ma non c’è anche un enorme problema di leadership, di qualità di classe dirigente? Non c’è anche questo deficit nella “tragedia” in atto nel Pd e più in generale nella politica italiana?
Qui il gatto si morde la coda. Fintanto che non si avvia una discussione come quella che prima ho evocato, non emergeranno nuovi leader, perché poi tutto viene fatto sulla base di considerazioni che sono quelli dei rapporti di forza, della furbizia nella battaglia interna di partito. Quindi per questo bisogna decantare il tema ossessivo del leader e rimettere al centro la battaglia delle idee. Non so se le dimissioni di Zingaretti rientreranno, a lui va la mia solidarietà personale, perché so cosa significhi essere pugnalato alle spalle. Quello di cui sono assolutamente convinto è che il nuovo inizio per la sinistra nascerebbe morto se si limitasse all’ennesimo cambio di nome della “ditta” o a una ingegneria organizzativa. Oggi più che mai è indispensabile il coinvolgimento, nella “Costituente delle idee”, di tutte quelle energie sociali e intellettuali, e ne esistono nel Paese, che non intendono subire la deriva a destra. Di questo c’è bisogno e non certo, come avevo rimarcato già in una nostra precedente conversazione, di una sinistra che nasce mettendo assieme i cocci del passato, ritornando al balletto, a cui assistiamo negli ultimi tempi, di fusioni e scissioni a freddo di apparati, che sono avvenute sia nella sinistra moderata e sia nella sinistra alternativa. Basta con le fusioni di apparati. Abbiamo già dato. È ora di voltare pagina.

Vorrei riportarla indietro nel tempo. Nel Pci, del quale lei è stato l’ultimo segretario, non si può dire che non ci fosse un dibattito anche duro, aspro, tra personalità forti. Eppure, la ricerca dell’unità finiva per prevalere. Perché invece la storia post-Pci è storia di coltellate alle spalle, di fuoco amico. Perché è venuto meno il principio di un confronto aspro ma anche solidale?
Il centralismo democratico aveva molti difetti e però era un’armatura dentro la quale si poteva fare il dibattito. Un dibattito che diventava prevalentemente un confronto di idee perché per principio non c’era possibilità del ricambio fatto attraverso il gioco delle correnti.

Dentro questa “tragedia” non emerge anche con forza il tema di un mancato ricambio generazionale? L’impressione che si ha è che le energie giovani migliori siano fuori dal partito, un discorso che non riguarda solo il Pd. Anche in questo siamo un “Paese per vecchi”?
La risposta è sì. Ma va declinata bene. Voglio essere volutamente provocatorio. Il problema di un ricambio generazionale adeguato, riguarda certamente i partiti ma anche, e non di meno, il sistema informativo, il giornalismo, più in generale il variegato mondo della comunicazione. Le nuove generazioni non possono essere attratte da un dibattito prevalentemente politicistico della politica italiana, la cui colpa è dei partiti ma è anche della narrazione. Per questo nel mio libro lancio un’invocazione: “ragazzi di tutto il mondo, unitevi”.