Cosa vuol dire ragionare sulla “cultura” nell’orizzonte della Fase 2 e magari anche un po’ oltre? Come affrontarne i problemi e al tempo stesso garantire un’essenziale continuità nel tempo della distanza sociale e delle mascherine?
Sentiamo levarsi da tante parti un grido di dolore, dai teatri che sono il luogo principe dello spettacolo dal vivo, dal cinema delle sale falcidiato negli incassi e a rischio di pubblico, da tutto il comparto dei concerti all’aperto e quello dei festival culturali, ora che si approssima l’estate, e in modi diversi e forse con qualche paracadute in più dall’editoria di libri e giornali, dai musei, dalle biblioteche e dalle aree archeologiche.

Già questo semplice elenco ci fa capire quanto cultura sia un termine ombrello sotto il quale ricadono attività, lavori, creatività, modalità di relazione con il destinatario assai diversi e, dunque, di quanto qualsiasi considerazione debba tenere conto di un territorio assai frastagliato, segnato da grandi differenze, e dunque variamente esposto nel contesto dell’emergenza e di questa Fase 2. Siamo in un territorio frastagliato e al tempo stesso in un’atmosfera che respiriamo tutti, in cui si incrociano lavoro, economia e, sarà bene ricordarlo, i pensieri, i comportamenti, i modelli, le visioni, i suoni, le immagini, le parole con cui si costruisce e rappresenta la nostra vita, la nostra coscienza, il rapporto con gli altri e il mondo che ci circonda.

Un punto di partenza e al tempo stesso una prospettiva. Gli appelli che si susseguono dicono della preoccupazione profonda, in qualche caso drammatica, degli operatori, del rischio che incombe sulla filiera nella sua complessità e sulla sua capacità di reggere nelle nuove condizioni. Dunque, con l’enfasi dell’urgenza, ci dicono anche che siamo in un punto assai delicato, direi cruciale come può essere un punto di non ritorno inedito e sconvolgente. Di qui una scelta che coinvolge la responsabilità di tutti, del governo, di chi lavora nell’arcipelago della cultura e, non ultimi, noi, i cittadini, che sono anch’essi, che lo vogliano o meno, coinvolti nelle decisioni che si vanno a prendere, nei loro profili più diversi, che siano compartecipi e attivi, consumatori abitudinari nel tempo libero o, non dobbiamo dimenticarlo, disinteressati ed esclusi. Qualcuno invoca un Piano Marshall per la cultura, è auspicabile, purché si abbia chiara la complessità e il punto di vista.

L’alternativa è secca, una logica puramente assistenziale o la consapevolezza che il cambiamento non va subito ma rovesciato per quanto possibile in un’opportunità? Un approccio che si costruisce nell’occasionalità, con interventi condizionati dalla limitatezza delle risorse, parcellizzati fra i diversi ambiti, oppure una visione strutturale e di sistema che non si limiti – si fa per dire – a tamponare e a interventi di mera sopravvivenza, ma sia basata su un grande sforzo di immaginazione e, insieme, a una riflessione su cosa voglia dire “cultura” nel nuovo tempo che ci tocca?  Sì, immaginazione, perché le grandi difficoltà che ci stanno davanti non sono solo un limite, sono anche la condizione su cui inventare e sperimentare un nuovo assetto della filiera, nel segno dell’apertura, della flessibilità e di un circuito di relazioni fra i diversi ambiti. Insomma, da un assetto verticale a una trama di trasversalità in cui potrebbe esaltarsi la creatività dei produttori e degli operatori e favorire l’innovazione dei linguaggi e delle abitudini, una nuova partecipazione e nuove forme di coinvolgimento.

Si pensi solo a come il digitale/immateriale è intervenuto nelle nostre abitudini in questi mesi: non potrà sostituire, certo, l’analogico dei luoghi e della presenza, ma costituisce uno stimolo significativo a integrare e rinnovare nei contenuti e nelle modalità. Un passo indietro. Vogliamo ricordare la dimensione ancillare della cultura nel nostro paese? Ci portiamo dietro dal prima la cronica incapacità – nonostante tentativi a volte luminosi – di andare oltre il ghetto élitario e una dimensione per quanto di massa troppo ristretta rispetto al corpo della società e alle sue articolazioni.  Siamo un paese che legge poco, vende pochi giornali, per un terzo non connesso, con tassi crescenti di analfabetismo di ritorno e con un’organizzazione dei saperi scolastici inadeguata sia rispetto al patrimonio culturale che ci consegna il passato, sia nel modo di rapportarsi al divenire dell’attualità e al futuro.

Abbiamo tanta televisione, un po’ di internet e di social, dove certamente la cultura non è al primo posto (anche se poi li studiamo nella loro dimensione antropologica e socio-culturale). E qui è il caso di sgombrare subito il campo da un equivoco, la cultura non è (solo) quella con la maiuscola, è anche l’immaginario di un Paese, il suo collocarsi tra il passato e il futuro, il modo e la consapevolezza con cui si coniugano tradizione e cambiamento, i modelli di comportamento, il rapporto tra conformismo e trasgressione, libertà e convenzioni.

E allora la nostra considerazione della cultura non può prescindere dal passaggio nel quale ci troviamo e, dunque, dai problemi, dalle nuove esigenze che sono emerse, dal groviglio delle paure e delle speranze, dalla necessità di ricostituire un orizzonte e una prospettiva, sapendo appunto degli incerti mattoni che abbiamo a disposizione.
La cultura ha davanti a sé la sfida, difficile e entusiasmante, di reinventarsi per essere vicina, accompagnare e dialogare con tutti: un luogo della cura e dell’immaginazione che può mantenere quello che c’era solo se reinventa luoghi, modalità e linguaggi, perché – oggi e domani – il guado della cultura non può che stare nella cultura del guado.