Ci sono i fatti. Appena tornato a palazzo Chigi, Mario Draghi – da ieri mattina tornato negativo al Covid – ha avuto una lunga telefonata con il presidente Zelensky che ha “apprezzato il sostegno dell’Italia”, umanitario, militare e diplomatico. Negli stessi minuti è stato pianificato il viaggio a Washington per il primo bilaterale Biden-Draghi (10 maggio). Il nuovo decreto per l’invio di nuove e diverse armi italiane a Kiev è già in Gazzetta Ufficiale e l’Italia è saldamente nel “Gruppo di contatto” di 43 paesi, capofila Washington, che s’è dato “un mese di tempo per chiudere la guerra”.

Intanto Ursula von der Leyen a Bruxelles annunciava il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia che da ieri mattina ha chiuso le forniture di gas a Polonia e Bulgaria, i “paesi canaglia” che garantiscono dai propri confini il passaggio di armi, munizioni, viveri e ogni genere di rifornimento. E che non hanno voluto pagare in rubli restando fedeli alle sanzioni. Sul gas ormai è una guerra di nervi, Italia e Germania sono gli osservati speciali perché i più esposti. Serve molto sangue freddo. Nelle stesse ore il ministro degli Esteri Luigi Di Maio era al lavoro sulla sponda turca dove torna a vedersi una flebile fiammella che si chiama trattativa. Sta provando a riaccenderla il presidente turco Recep Erdogan, che non ha mai smesso di parlare con Putin e con la Nato di cui fa parte, dopo la visita martedì del segretario generale delle Nazioni Unite. E c’è poi, dietro tutto questo, la strategia: minacciare e trattare. Non chiamatelo doppio binario o terza via.

Di questi tempi fanno il paio con “l’equidistanza” e il “né-né”. Chiamatelo pragmatismo, ovverosia tentarle tutte alla luce del sole per tutelare i principi della democrazia, dell’autodeterminazione dei popoli, delle resistenza contro l’aggressore e ritrovare un minimo di convivenza pacifica. La strada strettissima scelta dal governo italiano passa attraverso tutto questo. Del colloquio telefonico Zelensky-Draghi, oltre il fatto che è stato il primo atto ufficiale del premier tornato nella sede del governo, colpiscono un paio di dettagli. Il primo: la telefonata è stata resa pubblica dal premier ucraino tramite i suoi canali social. Il secondo dettaglio è legato alla scelta delle parole. Palazzo Chigi ha fatto un passo in più parlando di “pieno sostegno del governo italiano alle autorità di Kiev e la disponibilità italiana a contribuire alla ricerca di una soluzione duratura della crisi”. È la libertà, e la liberazione, conquistata anche con le armi a cui si è riferito anche il presidente Mattarella che ha parlato a Strasburgo davanti al Consiglio d’Europa. Draghi e Zelensky hanno affrontato anche i dettagli della visita a Kiev che il premier italiano ha in agenda da tempo. Difficile che Draghi possa andare a Kiev prima che a Washington.

Per questioni logistiche. E perché essere uscito dal cono d’ombra dove era finito tra gennaio e febbraio proprio mentre cercava di scongiurare l’escalation bellica tra Russia e Ucraina, è il dato che più conta per l’atlantismo e l’europeismo da sempre i pilastri della politica estera dell’esecutivo. Insomma, andare a Washington è importante tanto quando, forse di più, che andare a Kiev. Quello che conta è che i viaggi sono entrambi in agenda. Palazzo Chigi ha sottolineato “la disponibilità italiana a contribuire alla ricerca di una soluzione duratura della crisi”. Per decifrare questo passaggio vanno lette insieme le mosse del ministro Di Maio con il suo omologo turco per far ripartire il tavolo delle trattative dopo gli incontri a luci e ombre che il segretario dell’Onu ha avuto prima ad Ankara con Erdogan e poi a Mosca con Putin. Positivi i primi. Negativi quelli con lo zar di Mosca che ha ribadito “su Crimea e Donbass non cedo”.

Ma quello che è a tutti gli effetti lo schiaffo di Putin alla diplomazia è pur sempre il punto di partenza della necessaria trattativa. Arrivato ieri a Kiev, Guterres ha ribadito: “Prima finisce e meglio è per l’Ucraina, per la Russia e per il mondo. Continueremo il nostro lavoro per aumentare il sostegno umanitario e per garantire l’evacuazione dei civili dalle zone di conflitto”. Putin pare abbia dato carta bianca per l’evacuazione di civili e milizie rifugiati nelle acciaierie di Mariupol. Sempre che questo, ovviamente, non diventi il via libera a dichiarare la conquista definitiva del Donbass. Il segretario del Pd Enrico Letta, che tiene fermo il partito sulle posizioni atlantiche nonostante qualche mal di pancia interno, anche ieri si è rivolto alla Ue perché “tutta insieme faccia il possibile affinché questa guerra termini e sostenga al massimo la mediazione delle Nazioni Unite e la missione di Guterres”. Le sanzioni restano oggi gli strumenti più importanti.

L’Italia quindi è allineata e compatta nell’approvare il sesto pacchetto di sanzioni che Ursula von der Leyen ha annunciato ieri e che potrebbe comprendere il petrolio russo, un’azione coordinata in aiuto di Varsavia e Sofia, da ieri a secco con le forniture (in realtà già in larga parte rimpiazzate) e aiuti all’export ucraino. “Pagare il gas russo in rubli viola le sanzioni” è il mantra di Bruxelles. Che Polonia e Bulgaria hanno rispettato avendo come risposta lo stop delle forniture. Adesso Mosca minaccia di fare lo stesso con gli altri paesi. Tra cui l’Italia. Ursula von der Leyen ha convocato immediatamente una riunione straordinaria dei ministri europei dell’Energia e avviato consultazioni urgenti con i partner. “Il ricatto di Mosca non ci sorprende, eravamo preparati, è una provocazione e la risposta sarà immediata e unita” ha detto la presidente della Commissione Ue. “Se anche altri non pagheranno in rubli, la regola sarà applicata pure a loro” ha ammonito il portavoce del Cremlino. Ora si tratta di capire se ci sarà l’escalation. Sotto osservazione soprattutto Italia e Germania che più dipendono dal gas russo. Per ora i flussi in entrata in Italia da Tarvisio sono regolari. La prova del nove sarà a metà maggio, quando sono previsti i prossimi pagamenti.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.