Mala tempora currunt. Per la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non è certo un momento favorevole, né sul fronte internazionale né su quello interno. I sondaggi registrano una flessione del consenso della coalizione di centrodestra e, sul piano della politica estera, si è aperta una frizione inedita con l’amministrazione statunitense. Il generale Agosto sembra aver anticipato il proprio arrivo, portando con sé una serie di nodi che richiederanno tempo e abilità politica per essere sciolti.

Perché lo scontro dialettico tra Trump e Meloni non va sottovalutato

Lo scontro dialettico tra Donald Trump e Giorgia Meloni non va sottovalutato, perché potrebbe produrre conseguenze difficili da prevedere. Dalla fine della Seconda guerra mondiale non si era mai assistito a una tensione così esplicita tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi. È vero che nell’ottobre del 1985 vi fu il celebre caso di Sigonella, ma il contesto e gli esiti furono molto diversi. Allora il presidente del Consiglio Bettino Craxi negò l’estradizione dei terroristi palestinesi coinvolti nel dirottamento della nave Achille Lauro rivendicando la sovranità e la giurisdizione italiane. Lo scontro con Washington fu duro ma si concluse rapidamente grazie a una forte iniziativa diplomatica. Rimangono celebri le lettere tra “Dear Bettino” e “Dear Ronald”, che consentirono di chiudere la crisi senza compromettere l’alleanza atlantica. Oggi il quadro appare differente.

Il protagonismo di Trump

Trump interpreta i rapporti internazionali in modo fortemente personalistico e transazionale. Non ama il linguaggio della diplomazia tradizionale e privilegia toni diretti, spesso ruvidi, talvolta provocatori. Da qui il duro scambio di dichiarazioni seguito alla decisione italiana di non concedere il supporto logistico della base di Sigonella alle operazioni militari statunitensi contro l’Iran. La vicenda sorprende molti osservatori.

Le scelte di Meloni

Per anni Giorgia Meloni è stata percepita, in Italia e all’estero, come uno degli interlocutori europei più vicini al mondo politico trumpiano. Per questo motivo la scelta di prendere le distanze da Washington proprio su una questione strategica ha alimentato interrogativi e polemiche. Resta difficile comprendere se si sia trattato di una scelta dettata da valutazioni giuridiche, da esigenze di politica interna o da un tentativo di riequilibrare la posizione italiana tra Stati Uniti ed Europa. Sta di fatto che la decisione ha prodotto una frattura con quello che continua a essere il principale alleato dell’Italia e il pilastro della sicurezza occidentale dal secondo dopoguerra. Sul tavolo resta anche il dossier iraniano. Teheran continua a rappresentare un fattore di instabilità in Medio Oriente, sia per il suo programma nucleare sia per il sostegno fornito a organizzazioni armate che operano nell’area.

Il rapporto solido di Meloni

Allo stesso tempo, i negoziati diplomatici restano complessi e si confrontano con una leadership iraniana abituata a muoversi con grande abilità tattica. Alcuni analisti avevano previsto che un eventuale ritorno di Trump alla Casa Bianca avrebbe posto problemi agli alleati europei più vicini alla sua area politica. La sua concezione delle relazioni internazionali lascia infatti poco spazio a rapporti tra pari: gli alleati sono considerati utili finché coincidono con gli interessi strategici americani. Meloni, in passato, aveva costruito un rapporto solido con l’amministrazione Biden, guadagnandosi credibilità negli ambienti occidentali. Oggi si trova davanti a una sfida più complessa: preservare il legame con gli Stati Uniti senza rinunciare a una maggiore autonomia europea e senza compromettere il ruolo internazionale dell’Italia. In questa fase serviranno prudenza, realismo e capacità diplomatica.

La prudenza non basta

Come recita un antico proverbio siciliano, “Calati juncu ca passa la china”: piegarsi alla corrente per evitare di spezzarsi. Ma la prudenza, da sola, non basta. Occorre una strategia. La vera questione è che l’Italia non può continuare a oscillare tra atlantismo ed europeismo senza definire una linea coerente. L’ambiguità può essere utile nel breve periodo, ma alla lunga presenta sempre il conto. Se vuole conservare credibilità internazionale, il governo dovrà chiarire quale ruolo intende assegnare al Paese nel nuovo equilibrio globale che sta emergendo. La sfida di Giorgia Meloni non consiste nello scegliere tra Washington e Bruxelles. Consiste, piuttosto, nel dimostrare che l’Italia può essere un alleato affidabile degli Stati Uniti e, al tempo stesso, un protagonista della costruzione politica europea. In un mondo sempre più instabile, la forza di una nazione non si misura dalla fedeltà a un leader straniero, ma dalla chiarezza della propria visione strategica.