Non crede nelle inchieste a orologeria, né nelle persecuzioni giudiziarie. «Non si può generalizzare, bisogna analizzare caso per caso», osserva Alfonso Furgiuele, giurista, penalista e titolare della cattedra di Diritto processuale penale all’Università Federico II di Napoli. È stato il difensore di Clemente Mastella nei processi che si sono conclusi con le piene assoluzioni dell’ex ministro e leader dell’Udeur. È attuale difensore di Luigi Cesaro, leader del centrodestra campano, e di suo figlio Armando che proprio per le vicende giudiziarie che recentemente vedono coinvolto il padre ha deciso di non candidarsi alle regionali. E di esempi se ne potrebbero citare ancora tanti. Furgiuele è esperto in processi per reati contro la pubblica amministrazione e, nella sua lunga carriera, ha sostenuto la difesa di politici e imprenditori. Di storie di vite stravolte da vicende giudiziarie ne ha viste tante.

Per lui il vero nodo della giustizia sta nell’uso che i pubblici ministeri fanno dell’azione penale. «In Italia – spiega – abbiamo un uso discrezionale strisciante dell’azione penale e delle iniziative in vista dell’azione penale. Una delle cose che trovo gravi è che il pubblico ministero ha delle notizie di reato che lascia dormire a oltranza finché non si prescrivono nella fase delle indagini e altre notizie di reato che seguono una corsia preferenziale». Ed è in questa discrezionalità che potrebbe (il condizionale è d’obbligo per non cadere in facili generalizzazioni) inserirsi l’anomalia della strumentalizzazione dell’indagine da parte di un pm desideroso di attirare su di sé l’attenzione mediatica o innamorato di una tesi investigativa su una determinata persona, che sia un politico, un imprenditore, o chiunque altro.

«Il processo penale – aggiunge Furgiuele – è una macchina terrificante che distrugge le persone ma per il solo fatto che c’è il processo. Molte volte si teme più il processo che la sentenza, anche se si viene assolti o il reato si prescrive, perché intanto le conseguenze sono devastanti». Si pensi a un imprenditore che si ritrova sotto inchiesta e per anni processo, intanto che riesce a dimostrare la sua innocenza la sua azienda può fallire. O si pensi al politico o a al professionista le cui carriere possono essere bruscamente fermate e stravolte da un’inchiesta giudiziaria per accuse che non saranno mai accertate nel processo, che non sono fondate, dalle quali si verrà assolti. La nostra storia giudiziaria è piena di casi di questo tipo. E a metterci il carico sono i tempi dei processi, quelli tanto lunghi da rappresentare una condanna che arriva prima ancora che si definisca il processo e la decisione dei giudici.

«Il processo – sottolinea Furgiuele – deve avere una durata ragionevole. È necessario un serio controllo sull’operato del pubblico ministero. Servirebbe un controllo più attento e capillare anche sulla tempistica delle indagini e sulle archiviazioni per prescrizione. E se si rileva una violazione dell’articolo 112 della Costituzione si deve procedere nei confronti del pubblico ministero almeno con un provvedimento disciplinare se non addirittura per abuso d’ufficio o favoreggiamento. Ci vorrebbe, quindi, un controllo maggiore sull’ufficio del pubblico ministero ad opera del procuratore generale o, se si vuole, di una commissione di inchiesta o di organi di vigilanza sulla magistratura».

Da giurista, Furgiuele ha una proposta: «L’obbligatorietà dell’azione penale prevista dalla Costituzione in Italia viene elusa continuamente, allora a mio giudizio si potrebbe anche rendere discrezionale l’azione penale purché sia controllata. Il pubblico ministero – osserva – non può scegliere in maniera arbitraria dove procedere e dove no, perché allora il sospetto che ci sia una strumentalizzazione sarebbe un sospetto fondato. Meglio, quindi, un’azione discrezionale penale sottoposta al controllo giurisdizionale: eliminiamo l’obbligatorietà a favore di una discrezionalità sottoposta al vaglio di un giudice che controlli se si è fatto buon governo o mal governo della discrezionalità. Altrimenti continueremo ad affidarci alla scelta del singolo sostituto, perché a volte nemmeno il procuratore sa che fine fanno i processi e dove stanno, e avremo ancora molti procedimenti archiviati dopo essere stati anni negli armadietti dei magistrati».