La “bomba” dei referendum, la chiamata alla guerra. Il doppio azzardo di Vladimir Putin. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli analisti italiani di politica estera: il professor Stefano Silvestri, già presidente dello IAI (Istituto Affari Internazionali) di cui oggi è consigliere scientifico, e direttore editoriale di AffarInternazionali. Quanto al futuro, Silvestri avverte: “Credo che ci attenda un inverno difficile”.

Prima l’indizione dei referendum separatisti nelle regioni filorusse dell’Ucraina, poi il discorso alla Nazione nel quale chiama alla guerra, proclama la mobilitazione parziale ed evoca lo spettro nucleare. Professor Silvestri, alla luce di queste due “bombe” come cambia lo scenario del conflitto in Ucraina?
Anzitutto va detto, e non per mettere le mani avanti, che non è chiaro cosa intenda fare Putin. Non lo è se guardiamo ai cambiamenti intervenuti in questi sette mesi di conflitto armato, anche nella narrazione putiniana sui caratteri del conflitto stesso e sugli obiettivi che s’intendeva realizzare. Ricordiamoci che quando iniziò la guerra, durante la famosa riunione iniziale del Consiglio di sicurezza nazionale, uno dei capi dei servizi disse che volevano prendersi il Donbass, includendolo nei territori della Federazione Russa. Costui fu subito interrotto bruscamente da Putin che affermò che l’obiettivo era assicurare l’indipendenza del Donbass, e che l’intervento militare era giustificato dalla necessità di difendere i fratelli del Donbass dal “genocidio” congegnato dalla cricca nazista di Kiev. Ora, invece, l’orizzonte cambia.

In che senso?
Adesso se invece parla di referendum, sostanzialmente di plebiscito, per l’inclusione del Donbass nella Russia, direi che Putin ha cambiato decisamente posizione. Da un lato, non si nasconde più dietro l’apparenza dell’indipendenza della nuova Repubblica indipendente del Donbass, Dall’altro, però, potrebbe significare che Putin si avvii a ridurre le sue pretese nei confronti dell’Ucraina al solo Donbass, oltre la Crimea, cosa che invece non era chiara fino ad oggi, sperando così di arrivare in qualche maniera a un negoziato e a una conclusione del conflitto. Questa è una ipotesi ottimistica, ma non è detto affatto che corrisponda all’obiettivo finale di Putin, potrebbe essere una posizione tattica. Il problema è che lui tenta questa carta nel momento in cui gli ucraini stanno avanzando e si stanno riprendendo anche parte del Donbass. Nell’ipotesi “ottimistica”, gli ucraini non solo dovrebbero, nel momento in cui vincono, fermare la loro offensiva ma dovrebbero addirittura restituire i territori riconquistati alla Russia. In ultima analisi, quella di Putin a me sembra essere una mossa propagandistica volta però a dire al popolo russo noi siamo in guerra semplicemente perché vogliamo prenderci questo pezzo di territorio abitato da russi e gli altri ce lo impediscono. In questo modo, Putin tende a riscrivere la storia di questa guerra contro l’Ucraina. Dopodiché, la storia insegna che le guerre si sa come iniziano ma non come si sviluppano e si concludono. La mia impressione è che non siamo di fronte ad un reale tentativo di stabilire un tavolo negoziale o di chiarire quali siano gli obiettivi finali della guerra. Più che altro stiamo assistendo ad un’altra operazione di gestione dell’opinione pubblica, un’operazione di propaganda.

Passare dall’idea dichiarata di “Operazione speciale” a quella di guerra, cosa potrebbe comportare sul piano strettamente militare?
Può comportare la mobilitazione generale. La possibilità di chiamare molta più gente alle armi e non soltanto far ricorso alle truppe professionali e alle forze di tutte le repubbliche marginali come hanno fatto fino ad oggi i russi. Richiamare i russi veri e propri alle armi può far sì di avere sul piano numerico una forza militare effettivamente in grado di invadere l’Ucraina. Teniamo presente che fino ad oggi uno dei problemi della Russia è che sta facendo una guerra su un larghissimo territorio con un numero insufficiente di soldati.

Una eventualità del genere quale tipo di cambiamento di strategia comporterebbe per la Nato e per quei Paesi europei, tra cui l’Italia, che continuano a sostenere anche sul piano delle forniture militari, l’Ucraina?
Una delle ragioni per cui Putin cerca di modificare il suo discorso probabilmente è anche quella di provare a mettere in difficoltà la Nato e gli occidentali cercando di aprire di più un fronte negoziale quando ancora la guerra è in corso e non è stato deciso nulla. Questo ci porrebbe di fronte al rischio di una guerra comunque lunga, di conquista totale dell’Ucraina da parte della Russia. Perché non credo che a quel punto Putin potrebbe fermarsi. Certamente l’Ucraina non è l’Afghanistan, ci sono poche montagne e molta pianura, però la resistenza militare è destinata a continuare anche perché con ogni probabilità l’Occidente continuerà a rifornirla di armi. La Russia ha difficoltà crescenti. Sarà una situazione molto difficile per Mosca. Perché anche se sulla carta potrebbe contare su un numero adeguato di soldati, potrebbe non avere le altre risorse necessarie a vincere la guerra.

Quanto ha pesato in questa doppia forzatura operata da Putin, il “gelo” registrato nel recente vertice di Samarcanda con il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro indiano Narandra Modri?
Sono due “geli” diversi. Da quello indiano non credo si aspettasse granché. Ma non c’è soltanto il problema, comunque di peso, del gelo cinese e di quello indiano. Direi che anche gli altri non sono poi stati molto “for coming. Sicuramente questo ha comportato un parziale isolamento di Putin. Tutti i suoi interlocutori, sia pur con accenti diversi, gli hanno detto o fatto intendere che dovrebbe trovare la maniera di finirla. Come poi lui interpreti questa richiesta non è chiaro. D’altro canto, non è che possa finirla così semplicemente. Perché ormai ha fatto troppi errori. Sicuramente dovrà cercare di fare qualche cosa. Soprattutto per riconquistare il sostegno, per molti versi cruciale, della Cina. Il gelo di Pechino pesa e molto. Se fosse stato più sicuro di sé, sia sul piano militare che su quello internazionale, probabilmente Putin si sarebbe mosso diversamente. Va però subito aggiunto che Putin è difficile da leggere in questo momento. Dopotutto sta combattendo la battaglia della sua vita.

La battaglia della vita. In questo senso, si può parlare di qualcosa di più di “scricchiolii” all’interno del sistema di potere che Putin ha costruito nel corso degli anni e che fino a qualche tempo fa, non molto, appariva granitico?
Come tutti i regimi dittatoriali, anche quello russo appare granitico fino a quando non si mostra una crepa. Stiamo parlando di regimi molto rigidi e duri, e poco o nulla flessibili. E nel momento in cui sono costretti ad adattarsi e quindi ad essere più flessibili diventano vulnerabili. Benché continui ad avere apparentemente un certo appoggio popolare non credo che sia al massimo della sua popolarità. Immagino che tutti quelli che si sono arricchiti e sono diventati potenti con il regime, oggi abbiano ovviamente difficoltà a mettersi contro colui a cui devono tutto, però non sono certamente contenti.

Prima del doppio azzardo di cui stiamo parlando, c’era stata la “guerra del gas” intentata da Putin in risposta alle sanzioni. Lei come la vede?
Io credo che Putin tenterà di ricattare in particolare l’Europa e in primis la Germania. Perché se dovesse ottenere un cedimento europeo, questo per lui sarebbe una grossissima vittoria politica e anche un aiuto per quel che concerne la situazione in Ucraina, nonché un punto a suo favore nei confronti dei suoi semi alleati dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (di cui fanno parte, oltre alla Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan, ndr). Ed è indicativo che subito dopo il discorso di Putin, la Cina abbia chiesto un cessate-il-fuoco. Mi lasci aggiungere che questa guerra io l’ho vista fin dall’inizio non come una guerra per riprendersi l’Ucraina ma come una guerra contro l’Europa in particolare. E credo che Putin contasse su una debolezza dell’Europa che non c’è stata, almeno finora, ma che lui cerchi ancora di provocarla.

Professor Silvestri, la metto giù seccamente. Ma la politica italiana ha una benché minima percezione di tutto ciò?
Nella campagna elettorale, Letta e Draghi, per quest’ultimo penso anche al suo impegnato intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno cercato, ognuno per quel che gli compete, di inserire molto nettamente questa percezione. Francamente non so dire come venga percepita dai politici italiani in generale, che sono a volte persone un po’ strane per quel che riguarda la politica internazionale. Se non altro per non litigare con gli americani, questo sembra essere stato percepito anche dalla Meloni. E per non litigare con la Meloni forse anche da Salvini.

Non voglio farle vestire i panni dell’indovino né del profeta, ma sulla base della sua lunga esperienza di analista internazionale, ritiene che quello che ci attende sarà un “freddo inverno” in tutti i sensi?
Mi auguro che ci venga in soccorso la meteorologia. Penso che avremo un inverno difficile.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.