«E allora, che cos’è che non va con la nostra operazione in Ucraina?». Xi Jinping non si aspettava una domanda così diretta da parte del presidente russo Vladimir Putin durante lo sfarzoso incontro organizzato ieri a Samarcanda, Uzbekistan. Il presidente cinese ha sorriso a Putin e gli ha risposto in maniera molto diplomatica che l’amicizia tra Russia e Cina è ormai un caposaldo dalla politica mondiale ma che tuttavia c’erano un paio di cose da chiarire su quel che sta accadendo in Ucraina e più ancora su ciò che ne dice il mondo sia ad Ovest ma anche ad Est.

Putin ha dato nel frattempo un altro potente giro di vite alla libertà di critica in patria e i suoi compatrioti hanno accettato, per una sorta di memoria genetica, di osservare il patto implicito: nessuno parlerà male della guerra in Ucraina, anzi siamo tutti d’accordo sul fatto che in Ucraina non c’è nessuna guerra tranne, forse, una sacrosanta operazione di polizia e di pulizia per liberare il mondo dalla feccia neonazista che si era annidata nell’antica terra una volta sovietica e che adesso sfacciatamente vuole entrare nella Nato, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Regno Unito, ed è ora che questa vergogna finisca. Leggendo le cronache raccolte dai blog e dai molti messaggini intercettati, il popolo russo resta spesso fra passato remoto e futuro anteriore. Il passato remoto è quello della vecchia Unione Sovietica con gli agenti del Kgb incaricati di origliare e di arrestare i dissidenti, e il futuro anteriore che si sperava consolidato era quello di una base minima di vita normale, persino allegra, non spaventata, a patto che non si parli di politica.

Putin ha firmato negli ultimi giorni alcuni decreti che stabiliscono le regole: chiunque faccia il furbo per strada esibendo i colori ucraini giallo e azzurro, o mette in vista un foglio bianco come simbolo della censura, o esibisce la scritta “Mir” che vuol dire pace, verrà preso in consegna dagli agenti di polizia e spintonato fino al primo ufficio e trattenuto per diverse ore, senza poter andare in bagno o bere un bicchier d’acqua. Dopodiché gli verrà comminata una multa salata e l’intimazione a non compiere mai più gesti ostili al governo e alla politica russa. Un cittadino può incorrere in questa procedura con multe crescenti per tre volte. Alla quarta gli sarà posto l’aut-aut: o l’espatrio o la galera. Sembra che i cittadini cosmopoliti di Mosca e San Pietroburgo abbiano capito l’antifona e tutte le teste calde che finora avevano avuto la fregola di mostrare dissenso e disappunto si sono calmate. Ma non si è calmato il mondo politico dei diversi cerchi che formano l’aureola del potere intorno a Putin e che comprende vertici militari umiliati da un presidente che impartisce ordini sbagliati sulla guerra e che poi licenzia o manda a morire al fronte.

I malumori accumulati in sette mesi di operazioni militarti stagnanti o in ritirata, viaggiano fra Paesi amici, in particolare in Cina. I cinesi hanno deciso di applaudire Putin ma di non spendere un centesimo né un solo uomo. In compenso, hanno acquistato una enorme quantità di petrolio russo che passa attraverso oleodotti costruiti in fretta e furia, sicché Mosca vede crescere anziché diminuire le sue risorse di cassa, che tuttavia non hanno molto a che vedere col tenore di vita e con lo stato di benessere dei cittadini. Nulla di drammatico: un lieve aumento dei prezzi, qualche disfunzione nelle forniture e molti accidenti al mondo occidentale perché ha provocato molto fastidio, malumore e disfunzioni con le sue sanzioni al tenore di vita e alle abitudini del cittadino medio russo urbanizzato. Il malumore è reale ed è diffuso, ma nessuno ha voglia di esporsi alle rappresaglie poliziesche per fare la bravata tipica dei dissidenti quando sanno di poter diventare le star dei giornali occidentali e dei siti via internet.

Putin e il suo apparato repressivo hanno fatto passare la voglia a tutti di comportarsi in modo ostile. Così nessuno usa la vietatissima parola “guerra” e i giornalisti occidentali hanno sempre maggiori difficoltà ad avere contatti con la gente della strada che rifiuta di parlare con gli stranieri se non dopo aver chiesto garanzie sull’anonimato. E quando accettano di parlare, chiedono di farlo abbracciando l’interlocutore per ingannare gli agenti in borghese. Gli anziani sopportano meglio questo genere di vessazioni perché ricordano la loro gioventù vissuta in uno Stato di polizia. L’unica occasione che hanno avuto i moscoviti per manifestare quel che provano dentro è stata la possibilità di rendere omaggio alla salma di Michail Gorbaciov che introdusse le libertà fondamentali. Tuttavia, gli agenti hanno fotografato e filmato tutti coloro che sono passati davanti alla bara per mormorare grazie. Ma nessuno intende davvero organizzarsi in un partito d’opposizione. D’altra parte, gli esperti occidentali osservano nei loro think-tank come Putin si è ben guardato dal far uccidere i suoi oppositori pubblici: lo stesso Navalny è stato messo in galera ma conservando la possibilità di comunicare con l’esterno, a patto che non superi la soglia consentita. Tutti possono mormorare, ma non gridare.

E quanto alla guerra ucraina i russi hanno appreso con sorpresa e spavento delle ultime massicce sconfitte militari chiedendosi per la prima volta: che cosa diavolo succede in quel Paese dove si stava effettuando una normalissima operazione militare speciale? Le televisioni russe non hanno potuto evitare di mostrare in video l’entusiasmo con cui i soldati ucraini sono stati accolti nelle zone liberate nei giorni scorsi, parlando in russo, loro lingua materna, sentendosi rispondere in ucraino fra abbracci e baci. L’idea delle genti del Donbass che accolgono i militari russi come liberatori è stata archiviata. Non c’è più dubbio, hanno constatato i cittadini russi per la prima volta messi brutalmente davanti alla realtà. Per la prima volta il regime di Putin si è trovato sotto riflettori accesi non da dissidenti ma da politici autorevoli che hanno chiesto le dimissioni di Putin insieme a molti militari dell’intelligence pubblicamente umiliata da Putin. Tuttavia, la gente comune seguita a fare la stessa vita di prima e anzi si diffonde un certo edonismo fatalista, sicché la sera bar e ristoranti sono gremiti fino a notte tarda, la gente va a ballare, va a teatro e al cinema. Il consumismo di fine estate non subisce danni, tuttavia qualcosa scricchiola.

«Che cosa sta accadendo in Ucraina?», ha chiesto in maniera inusualmente diretta il presidente cinese a quello russo. Putin ha risposto sulle generali rilanciando il grande patto russo-cinese che include l’India, il Pakistan, il Brasile, il Venezuela, la Siria e su questa linea popolare e in fondo innocua benché carica di retorica, il presidente cinese ci sta anche perché è alla viglia del Congresso del Parto comunista cinese da cui conta di essere incoronato presidente a vita, titolo che equivale a quello di Imperatore del Celeste impero. Dunque, Xi è lieto di confortare Putin con il rinsaldamento della sacra alleanza contro il maledetto Occidente guardato dagli Stati Unit, ma sente evidentemente odore di bruciato. Il Vladimir Putin che non vedeva dall’inizio di febbraio quando il russo andò a Pechino alla vigilia dei giochi olimpici e non gli disse nulla sulla imminente “operazione militare”, ieri gli appariva nella sua vera dimensione: un leader che non ha più il controllo totale della sua stessa parte politica, uno che viene abbandonato dalle gerarchie militari e che non sa nemmeno tenere sotto controllo alla maniera cinese le sbavature di dissenso, permettendo che emergano e siano sfruttate dalla propaganda nemica, danneggiando tutto il fronte delle autocrazie. Poco dopo l’incontro veniva diffusa dalle agenzie cinesi una dichiarazione di Xi in cui viene espresso il giudizio negativo sull’operazione miliare straordinaria, senza nominarla, in cui si ripete la linea formalmente adottata dalla Cina, di fronte alla riunione dei Capi di Stato dell’Asia Centrale, secondo cui “nessuna nazione deve intervenire negli affari interni di un’altra nazione e deve rispettare le frontiere altrui senza varcarle”.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.