Guerra e politica. Propaganda e analisi. La parola a Lucio Caracciolo, direttore di Limes.

Le elezioni si tengono mentre in Europa si continua a combattere. La guerra è entrata nel dibattito politico non per i suoi orrori e per le ricadute che investono l’intero continente ma in termini di polemiche interne, di scambi di accuse e contro accuse su chi è più filoatlantico e chi sodale di Putin. Siamo caduti così in basso?
Nel dibattito politico italiano abbiamo toccato veramente il punto minimo. Il modo in cui noi abbiamo affrontato una guerra che non è esattamente un conflitto qualsiasi ma è un conflitto che coinvolge gli Stati Uniti in maniera indiretta e la Russia in maniera diretta in quanto aggressore dell’Ucraina, come se fosse un argomento di conversazione da salotto in cui si affermavano volontà di principio, sanzioni sì sanzioni no, armiamo sì armiamo no, nella completa indifferenza per quello che accadeva sul terreno, beh tutto questo dà il segno della nostra immaturità culturale e strategica. Tanto più sconvolgente se pensiamo alle conseguenze di una guerra che non abbiamo voluto vedere e soprattutto non abbiamo voluto capire e che viviamo ormai quotidianamente. Ma ciò che viviamo adesso temo sia una quota relativamente minore di ciò che vivremo nei prossimi mesi. Non dico anni anche se ho l’impressione che questa guerra tra immersioni e riemersioni, tregue, cessate il fuoco che peraltro ancora non vedo, non mi pare che sia una guerra che sia componibile rapidamente.

 Le scelte dell’Italia. Quale il filo conduttore?
Noi abbiamo scelto la “strategia” delle sanzioni, assieme agli alleati europei e atlantici, per un paio di ragioni: la prima è quella di sembrare uniti anche se non lo eravamo e certamente lo siamo meno di quando è cominciata la guerra. L’idea era quella di mostrare un fronte occidentale unito. La seconda, legata alla prima, è che non volendo o non potendo fare la guerra e non volendo o non potendo far finta di nulla, la sanzione ci sembrava l’unico punto di equilibrio fra il nulla e l’impossibile che ci permettesse di segnalare la nostra esistenza in vita. Il problema delle sanzioni è che essendo collegate a paesi, entità con cui noi abbiamo commerci di ogni genere da moltissimo tempo, inevitabilmente colpiscono assieme al colpito diretto anche il colpito indiretto, cioè noi. Sotto questo profilo la vicenda del gas è esemplare ma non è l’unica. In generale, l’Italia può reggere a fatica il prolungamento della guerra. Il razionamento dell’energia, il prezzo del carburante, l’inflazione e l’instabilità dell’eurozona sono pesanti. Poi ci sono forti problemi di adattamento. La tenuta sociale è a rischio per i motivi di cui sopra. Culturalmente non siamo attrezzati ad affrontare situazioni così dure. I cittadini sono in sofferenza. Da tre generazioni l’Italia non conosce crisi da guerra, penso che da parte delle istituzioni vada modificato il sistema informativo per preparare l’opinione pubblica a mesi futuri di sacrificio che rischiano di essere molto pesanti.

L’ambasciata russa ci ritiene responsabili di una propaganda contro Mosca.
In Europa siamo storicamente uno dei paesi più filorussi, indipendentemente da questa guerra. Vedere l’Italia su un fronte ostile è uno choc per loro e magari sanno che insistendo possono ottenere qualcosa. Dopo quasi 200 giorni vediamo che gli effetti di questa propaganda sono più negativi che positivi, d’altronde il soft power non è la specialità dei russi. L’aspetto positivo, se così si può dire, è che dopo molta propaganda, da tutte le parti, la nebbia si sta alzando, si cominciano a vedere le cose. Forse questo può aprire la strada alla pace, anche se sarà una strada lunga e accidentata. Dovremmo parlare di come si arriva alla pace. Io voglio capire cosa vuole Putin e cosa vogliono i russi. Questa non è solo la guerra di Putin, ma di aggressione della Russia all’Ucraina. È inutile girare attorno a una persona che magari tra qualche mese o anno non ci sarà più. Quindi cerchiamo di capire cosa vuole la Russia, piuttosto che occuparci di un solo personaggio, per cercare di arrivare alla pace. E’ inverosimile, allo stato dei fatti, che Mosca e Kiev negozino qualsiasi trattato di pace – un nuovo, stabile assetto postbellico – visto il carico di odio fra i due popoli e la sfiducia fra le due leadership. E’ invece possibile, o comunque più realistico e necessario, annodare una trattativa segreta fra Putin e Zelensky per un cessate-il-fuoco, premessa ineludibile nel lungo percorso verso il congelamento sine die del conflitto. D’altro canto, la pace “giusta”, comunque la si voglia definire, implica la guerra a oltranza, all’ombra dell’atomica.

Oltre le sanzioni, un altro tema che continua a far discutere è l’invio di armi all’Ucraina.
Penso che sia stato giusto inviare armi all’Ucraina, paese aggredito e che sia giusto continuare a farlo, ma entro certi limiti e a due condizioni. La prima è che attraverso questo dato di solidarietà fattiva, pragmatica, cioè quello di armare la parte in campo più debole e aggredita, noi possiamo essere in grado di influire in qualche modo su chi stiamo aiutando. E la seconda condizione è che l’Ucraina non dovrebbe, secondo me, chiedere armi per poi eventualmente impiegarle per attaccare direttamente la Russia o un altro Paese. Per difendersi, va bene, ma oltre questo, no.

C’è chi ha aperto la caccia ai giornalisti “al soldo di Putin”. Qualche tempo fa se ne è occupato anche il Copasir. Sono filtrate anche liste di proscrizione.
Il Copasir ha scoperto che esiste la guerra dell’informazione, che è alla base di tutte le guerre, specialmente adesso, specialmente in età di social media. Dopo di che, delle due l’una: o la si prende in letizia, come uno scherzo, un momento di alleggerimento della tensione, o se lo si prende sul serio devi immaginare che si voglia instaurare un ministero della Verità. Io tendo più per la prima ipotesi, forse peccando un po’ di ottimismo.

Per restare al ruolo dell’Italia sullo scenario internazionale. Dall’Ucraina ad un altro luogo cruciale per la nostra politica estera e gli interessi nazionali: il Mediterraneo. Al netto della propaganda elettorale, come leggere il “securismo” della destra, dal blocco navale nelle acque libiche su cui batte insistentemente la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ai respingimenti di massa evocati dal suo alleato leghista, Matteo Salvini?
Al di là del fatto se siano cose giuste o sbagliate, e a mio avviso sono entrambe più che sbagliate, sono impossibili. Nel senso che non abbiamo i mezzi, oltre che una reale volontà politica, per imporre un blocco navale a chi che sia e dovunque sia – per informazioni rivolgersi alle nostre Forze armate – e comunque non sono iniziative che un paese non esattamente sovrano come l’Italia può prendere a titolo individuale. Dovrebbero essere coordinate anche tecnicamente con i nostri alleati e segnatamente con gli americani che hanno una sorta di visione superiore strategica sull’area del Mediterraneo di cui hanno deciso di occuparsi in maniera sempre meno diretta ma che comincia a diventare bollente. A questo tema Limes ha dedicato il prossimo volume che uscirà sabato prossimo, dal titolo Il mare italiano e la guerra, con annesse due “Giornate del mare” a Trieste il 18 e 19 settembre, in cui affrontiamo la dimensione marittima della guerra, che spesso sfugge.

In che senso?
Nel senso che anche dal punto di vista cartografi co e delle immagini, noi siamo concentrati sul Donbass, sull’Ucraina. In realtà la partita è anche, e per certi versi soprattutto, per il controllo del Mar Nero e quindi anche delle vie di accesso dal Mar Nero al Mediterraneo. Un percorso lungo il quale negli ultimi anni la Russia ha sistemato diverse pedine, seguendo una strategia di recupero delle vecchie aree d’influenza sovietica. Ha cominciato con la Siria, nel 2015, riaprendovi la base di Tartus, attualmente l’unica vera e propria base militare navale della Russia nel Mediterraneo. E poi cercando sempre più punti di appoggio e aree d’influenza in paesi come l’Egitto, come le “Libie”, soprattutto nella parte della Cirenaica dove c’è la Wagner, l’Algeria, un paese da cui adesso dipenderemo sempre di più dal punto di vista gasiero, che è un paese fondamentalmente russo, oltre che già sovietico, dal punto di vista militare, per gli armamenti, e anche per accordi di tipo energetico. Scendendo giù nella profondità dell’Africa settentrionale e del Sahel, troviamo i russi nel Mali, da cui sono stati evacuati i francesi e in cui abbiamo ancora qualche militare sperduto, non si capisce bene a fare cosa. Si sono presi la Repubblica Centroafricana, stanno cercando di posizionarsi nel Mar Rosso, attraverso il controllo di Port Sudan e poi pensano anche di arrivare nel Somaliland porto di Berbera. Insomma. Al di là dello scenario ucraino, una proiezione verso i mari caldi che come sappiamo è la fissazione secolare della Russia da Pietro il Grande in avanti e che oggi torna in evidenza.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.