Nella Giornata Mondiale del Rifugiato, che si celebra ogni venti giugno per iniziativa dell’Onu, la domanda da porsi diventa questa: chi è il profugo? In apparenza ne sappiamo fin troppo: libri, film e articoli non fanno altro che parlarci di lui. A forza di vederlo, financo nei manifesti pubblicitari in cui ci viene richiesta la contribuzione del cinque per mille, non lo consideriamo più. Il lavoro da compiere dovrebbe essere quello di raschiare a fondo sulla nostra percezione per trovare un’immagine autentica. Questo può accadere solo in presenza di un’esperienza concreta.

Sono molti anni che insegno italiano agli immigrati, così oggi mi passano davanti agli occhi i volti dei tanti giovani incrociati sui banchi scolastici, prima come docente nelle classi multietniche degli istituti superiori della capitale, poi presso la comunità educativa della Città dei Ragazzi, quindi alla scuola Penny Wirton che ho fondato insieme a mia moglie, Anna Luce Lenzi, a cui si rifanno una cinquantina di associazioni sparse sul territorio nazionale. Quanti saranno stati i miei profughi e quale fine avranno fatto? Cento, duecento, mille? Dico e scrivo spesso che la loro vita assomiglia al fiume di Eraclito, panta rhei, dove tutto scorre, l’acqua sembra sempre la stessa, ma si tratta di un’illusione ottica perché, come asseriva il grande filosofo greco, “non ci si può mai bagnare due volte nella stessa acqua.”

Capito Alì? È vero, tu hai solo diciotto anni, sei appena arrivato a Trieste percorrendo la cosiddetta rotta balcanica, proveniente dal Kashmir, dove sin da piccolo eri costretto a barricarti dentro casa per sfuggire a chi, se ti avesse visto, ti avrebbe obbligato ad arruolarti; non sappiamo nemmeno se sei potuto andare a scuola nel tuo paese, forse sì dal momento che leggi il Corano, fatto sta che appena possibile, già grandicello, hai tagliato la corda attraversando mezza Asia per camminare a piedi, nascosto sui camion della frutta, da solo o in mezzo a gruppi sparsi di sbandati come te. Alla frontiera turca hai rischiato grosso, per poco non ti ammazzavano, in Bosnia ti hanno bastonato, ma alla fine, in un modo o nell’altro, sei riuscito a raggiungere l’Italia e adesso alzi il pollice ridendo su WhatsApp, come se fossi un qualsiasi adolescente appena uscito dal lockdown.

Tornando alla similitudine iniziale: lo so che sei unico, come un’erba nuova che ricresce sempre, a ogni primavera, là dove meno te l’aspetti, o non dovrebbe, persino sui tetti, o negli interstizi fra le pietre. Eppure mi fai pensare ai primi afghani che conobbi quasi vent’anni fa: a quel tempo erano ragazzini, ora sono diventati adulti, preparano il sushi nei supermercati, riparano le automobili, qualcuno si è laureato, un paio sono partiti per chissà dove: Germania, Canada, Australia. Come gli uccelli: non timbrano il passaporto se devono superare le dogane. Per non parlare degli africani che lavorano nei ristoranti di Montmartre a Parigi o in certe birrerie di Prenzlauer Berg a Berlino.

Alcuni di loro adesso sembrano integrati, hanno moglie e figli, un paio sono diventati cittadini italiani, esistono anche dei calciatori famosi, ma quando li vidi io possedevano soltanto una borsa simile a quelle che noi usiamo per andare in palestra: dentro c’era lo spazzolino e un ricambio di biancheria. Nient’altro. E non sapevano né leggere né scrivere, neppure nella loro lingua madre. Ricordo Mamhud il giorno in cui venne a casa mia a ritirare l’attestato di frequenza che avevamo preparato apposta per lui: era felice e stupefatto perché finalmente poteva leggere le insegne dei negozi sparse in città, gli indirizzi sui foglietti, le destinazioni degli autobus, il nome dei piatti sui menù. Fino a poco tempo prima le lettere stampate sulle vetrine dei negozi erano ai suoi occhi incomprensibili. Per noi insegnanti fu come aver ridato la vista a un cieco.

Insomma, cos’era successo? Assumiamo il punto di vista del profugo per provare a comprenderlo. «I Paesi ricchi, colonizzandoci, hanno depredato i nostri tesori, impedendoci di costruire le nostre industrie», scrive Suketu Mehta, nato nel 1963 a Calcutta ed emigrato sin da bambino a New York, in Questa terra è la nostra terra, appena uscito da Einaudi (pp. 232, traduzione di Alberto Pezzotta, 19,5o euro). «Dopo averci saccheggiato per secoli se ne sono andati, non prima di avere tracciato confini tali da assicurare una condizione di conflitto permanente tra le nostre comunità… Poi ci hanno portato nei loro Paesi come “lavoratori ospiti”… Dopo avere fondato le loro economie sulle nostre materie prime e il nostro lavoro, ci hanno chiesto di tornare a casa nostra e si sono stupiti che non l’abbiamo fatto».

Se potessimo osservare la Terra dall’alto, vedremmo un pianeta in piena fibrillazione: fiumi d’umanità che vanno e vengono, uscendo spesso dagli argini. E poi rientrandovi. Milioni di persone alla ricerca di lavoro e stabilità. Ragazzetti svegli pronti a tutto pur di sopravvivere. Altri ammutoliti, incapaci di esprimersi dopo ciò che hanno visto. Donne con bambini nati da violenze e stupri. Famiglie spezzate come code di lucertole. Gli ordinamenti giuridici preposti a incanalare questa gigantesca energia collettiva, osmosi di popoli che contribuiscono a formare la nostra stessa visione del mondo, assomigliano a cartelloni finiti a terra: squadre di tecnici specializzati provvedono di volta in volta a rimetterli in funzione.

L’immigrato non andrebbe né criminalizzato né idealizzato. Dovrebbe essere conosciuto. Questo chiama in causa soprattutto la scuola. Lasciamo l’ultima parola a Suketu Mehta: «Che differenza c’è tra un rifugiato e un migrante? È una scelta di parola strategica, fatta quando a un confine ti viene chiesto chi sei… Se sei solo un migrante per motivi economici, rischi di essere cacciato indietro; ma puoi essere oggetto di pregiudizio e di paura anche se dimostri di essere un rifugiato politico. Che tu sia in fuga da qualcosa o verso qualcosa, sei sempre un fuggiasco».