Sembra sempre più concreta la possibilità di un rinvio a maggio del referendum. Per Ceccanti «rinviare il referendum è una scelta delicatissima che si può fare per decreto, ma certo ci devono essere ragioni serissime, come l’indisponibilità dei locali scolastici. Qualora si decidesse di rinviare mi sembra difficile non accorpare il referendum alle elezioni regionali, perché altrimenti in molte località, a poche settimane di distanza, le urne si aprirebbero tre volte: primo turno amministrative con regionali, secondo turno amministrative e referendum. Peraltro non esiste nessun divieto di accorpamento per i referendum confermativi. Ce n’é solo uno per gli abrogativi, ma riguarda solo le elezioni politiche, tant’é che nel 2009 il referendum abrogativo Guzzetta fu abbinato al secondo turno delle amministrative proprio per evitare tre scadenze diverse ravvicinate».

Spostare a maggio la data della consultazione, per alcuni, significherebbe blindare l’esecutivo fino a tutto il 2020. La Fondazione Einaudi (che ha promosso la raccolta firme assieme ai senatori Cangini, Pagano e Nannicini) si dice contraria al rinvio e, comunque, la consultazione popolare non può essere accorpata, è la convinzione, alle regionali. In ogni caso, si legge in una nota, il governo – al quale chiedono un incontro – prima di decidere ha «l’obbligo politico, morale e istituzionale di consultare i promotori». Per il Pd l’ultima parola spetta a Conte. Più scettico il M5s. «Non penso si debba rinviare un appuntamento così importante», dice il capo politico Vito Crimi. Per Matteo Salvini “decide il governo”. E Giorgia Meloni si rimette alle decisioni delle autorità competenti, anche se «io sarei per rispettare la scadenza».