Una lettera alla ministra della Giustizia, firmata da 127 magistrati (giudici e pubblici ministeri) di diversi uffici giudiziari italiani, tra i quali colui che scrive, identifica dieci riforme per il processo penale senza costi per lo Stato. Al di là del merito delle singole proposte, delle quali qualcosa dirò oltre, mi interessa porre in evidenza due elementi.
La lettera è un documento, a prima vista almeno, molto tecnico, perché elenca soluzioni specifiche a certe falle della procedura penale o a caratteristiche di sistema non emendabili nel breve periodo (si pensi al rapporto tra durata del processo e estinzione del reato per prescrizione). Questo già è un pregio.

Di certo, la giustizia italiana e gli assetti ordinamentali della magistratura hanno bisogno di un discorso di respiro molto più vasto, che è anche politico, sociale, economico e direi, soprattutto, antropologico. Ma di grandi respiri non se ne vedono in giro (di sospiri moltissimo, ma servono a poco). Però la tentazione che alligna nel potere politico è sempre quella di presentare la riforma delle riforme. Spesso montagne che partoriscono topolini, soluzioni poco incisive, scarsamente concrete.

Il secondo aspetto riveste ai miei occhi un rilievo metodologico primario. Questa lettera non è che un’ulteriore manifestazione di un interessante processo di ri-organizzazione nella comunicazione dei contenuti, che la magistratura intende sottoporre al vaglio della società nella sua complessa interezza, senza mediazioni né dell’Anm né del Csm né delle commissioni di esperti ministeriali talvolta calate dall’alto come divinità greche nelle dispute tra eroi sotto le mura troiane. La magistratura, o quanto meno una sua parte, sta tentando di esprimere la sua voce in modo più diretto, più concreto, perché sta maturando (e mi auguro continui a farlo, altrimenti è spacciata) una sana diffidenza rispetto a ogni forma, privatistica o pubblicistica, finora arrogatasi un compito ben più invasivo della sua mera rappresentanza: quello di favorire la sua sostanziale omologazione intellettuale e culturale per finalità ben diverse dalla tutela del suo prestigio a beneficio della collettività. Spero che la ministra guardi con attenzione, allora, a questo nuovo metodo (potrebbe spalancare con esso porte e finestre del Ministero per opportuni ricambi d’aria…), ancor più che al suo contenuto.

Infine, veniamo al merito di alcune delle dieci proposte della lettera. Prima di tutto, occorre introdurre regole di ragionevolezza delle notifiche penali. Molti processi impiegano mesi e anni a essere soltanto avviati, perché si va cercando l’imputato tramite ufficiale postale o polizia giudiziaria. La proposta: l’imputato difeso di fiducia, come già avviene per la persona offesa, è da ritenersi domiciliato per legge, e indipendentemente dal suo consenso, presso lo studio del suo difensore, il quale riceverà tutte le notifiche per il suo cliente. Una seconda proposta riguarda poi l’incentivo dei “riti alternativi” (abbreviato e patteggiamento) per limitare il numero di processi da celebrare a dibattimento. Il rito abbreviato potrebbe assurgere a regola generale, pensando se del caso agli opportuni correttivi funzionali a garantire il contraddittorio, mentre sarà l’imputato che lo desidera a dover esplicitare la richiesta che il processo venga celebrato in dibattimento con la formazione di ogni prova in contraddittorio tra accusa e difesa. Per quanto riguarda il patteggiamento, invece, esso potrebbe essere chiesto per tutti i reati (non solo per i meno gravi) e senza limiti di tempo.

Una terza proposta ventila l’opportunità di introdurre pene alternative al carcere e alla multa, consentendo al giudice della cognizione di condannare l’imputato a scontare la pena agli arresti domiciliari o a effettuare lavori di pubblica utilità per la collettività (senza dover aspettare l’intervento del magistrato di sorveglianza dopo il passaggio in giudicato della sentenza).

Infine, una proposta che inizialmente mi aveva turbato perché mi sembrava illiberale, riguarda l’abolizione del divieto di “peggioramento”, in appello, del trattamento punitivo di primo grado. È in effetti un dato indiscutibile che praticamente ogni sentenza di primo grado viene impugnata, che queste impugnazioni sono funzionali (del tutto legittimamente, si badi) a far maturare la prescrizione, o ritardare l’esecuzione della condanna, e che in fondo vengono fatte con lo spirito di chi sa che, ove tutto vada per il peggio, la sentenza di primo grado verrà confermata.

Di qui la proposta di abolizione del divieto di reformatio in peius. Bisogna entrare in una consapevolezza comune e forte che la giustizia è una risorsa scarsa e va quindi usata con intelligenza e senso di responsabilità: i suoi cattivi utilizzi devono comportare un costo specifico. Ho illustrato soltanto quattro delle dieci proposte. Esse nascono dall’esigenza di un metodo diverso di comunicazione di ciò che i magistrati sono, fanno e vogliono essere e fare: un metodo che scommette sulla possibilità di uscire dallo stato attuale di fatti, idee e parole paludosi. Anzi, soffocanti.