Silvio Berlusconi l’ha inseguita per trent’anni, ma questa volta, se il centro-destra vincerà le elezioni, come pare dai sondaggi, la riforma della giustizia si farà. Almeno un pezzetto. C’è un punto, e non è secondario, su cui i leader di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si dicono tutti d’accordo, ed è la separazione delle carriere tra i giudici e i pubblici ministeri. Naturalmente occorre metter mano alla Costituzione, ma si farà. Lo giurano tutti, non solo Berlusconi (il che non farebbe notizia) e i “centristi” come Maurizio Lupi, ma anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini. E i loro referenti sulla giustizia, i deputati Andrea Delmastro delle Vedove e Giulia Bongiorno, ambedue avvocati penalisti.

Per non parlare di Carlo Nordio, ex magistrato di area culturale vicina a quella di Forza Italia, ma candidato con Giorgia Meloni. La sua presenza nella campagna elettorale sta decisamente dando una svolta sulla giustizia, perché ha rotto il ghiaccio su un argomento che pareva vietato in quanto si supponeva fosse indigesto all’elettorato. Ma anche perché dal suo scranno di pensionato con reputazione adamantina ha buttato sul tavolo il superamento di due tabù non da poco, come il ripristino dell’immunità parlamentare e la necessità di diminuire le pene. E l’ha fatto con la forza tranquilla di chi sa di navigare in un mare in cui, quanto meno nel passato, si auspicava invece di aumentarle, le pene. Ma scommette sul fatto che le idee si cambiano, eccome, quando la vita ti mette a confronto con le realtà spiacevoli che tu pensavi potessero capitare solo agli altri. Ai delinquenti, oppure agli “sfigati”. Chi avrebbe mai immaginato di vedere Salvini sul banco degli imputati o uomini della Lega inseguiti dai pm?

Se pensiamo al passato, e ai governi Berlusconi, vediamo che sulla giustizia non hanno toccato palla. E con i parlamentari di Forza Italia che, insieme a tutti gli altri partiti, hanno addirittura votato quella delega al governo che ha consentito di approvare una delle leggi più illiberali del codice, frutto di quel “decreto Severino” che consente alla magistratura di vanificare, addirittura dopo il primo grado di giudizio, il volere degli elettori. Senza contare il fatto che la norma si è rivoltata come un boomerang proprio sulla persona di Silvio Berlusconi. Che da allora non è più tornato in Senato, dove rimetterà piede, immaginiamo, dopo il 25 settembre, e saranno passati nove anni. Separazione delle carriere, dunque. Principio fondamentale del sistema accusatorio di derivazione dal diritto romano ed esistente in tutto il mondo occidentale. Perché non ci siano più ambiguità e commistioni tra la sacralità del giudice e la posizione delle due parti, l’accusa e la difesa. Ma il sistema accusatorio dovrebbe andare un poco più in là, fino ad abolire il concetto stesso di magistratura come carriera unica che tiene insieme due toghe su tre, cioè quella del giudice e quella del pm, lasciando fuori quella “sbagliata” del difensore.

Carlo Nordio lo dice in modo esplicito, sposando il modello americano, con il district attorney elettivo e i giudici nominati dal governo. Giulia Bongiorno pensa invece a due carriere autonome e fuori dall’area governativa. Una posizione moderatamente riformatrice che potrebbe piacere anche a un po’ di sinistra e persino a una parte della magistratura. Delmastro, intervistato sia dal Riformista che dal Foglio, mette la divisione netta tra organo giudicante e pubblica accusa addirittura al primo punto del programma di Fratelli d’Italia sulla giustizia. “La prima riforma da realizzare in tema di giustizia penale è quella della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, per arrivare a un giudice veramente terzo che garantisca la parità processuale delle parti”. Nulla di più. Ma neanche Forza Italia si è mai spinta, nelle sue proposte di legge, fino a prefigurare un vero processo di tipo accusatorio sul modello anglosassone. Che prevede non solo la separazione tra i due ruoli, ma anche una vera ridefinizione della figura del pm e soprattutto l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Cioè di quel principio costituzionale che, consentendo ai pubblici ministeri di violarlo ogni giorno praticando l’arbitrarietà di fatto, consegna nelle loro mani il vero potere di vita e di morte sui cittadini.

Carlo Nordio lo sa bene, avendo fatto il pm in tutta la sua vita. Ma lo sa bene anche Giulia Bongiorno, che mostra una certa disponibilità a questa seconda, ma prima in ordine di importanza, modifica costituzionale. Un barlume di cambiamento è già apparso nella riforma Cartabia, con la previsione di una sorta di indirizzo politico sulle priorità investigative indicate ogni anno dal Parlamento. Ipotesi che ha fatto impazzire immediatamente il sindacato dei magistrati, un organismo che sa come gestire il potere e non intende perderlo. Un bel programma di riforma costituzionale, comunque, la cui discussione andrà affidata al Parlamento, chiunque sarà il nuovo ministro di giustizia. Che potrà anche partire da riforme più immediate, come per esempio le “pillole” di saggezza che Berlusconi sta regalando ai suoi elettori in questi giorni. Non ultimo quello sull’improcedibilità all’appello da parte dei pubblici ministeri dopo una sentenza di assoluzione. Ma un buon punto di partenza potrebbe essere anche quello dei cinque referendum sulla giustizia sponsorizzati dalla Lega, oltre che dai radicali, sposati da Forza Italia e dalle altre forze, come Italia Viva, che si ispirano ai principi dello Stato di diritto. Ma non del tutto condivisi da Giorgia Meloni. E qui veniamo ai punti dolenti. Perché il fantasma che si aggira sul centro-destra si chiama carcere. Ed esecuzione della pena.

Delmastro è chiarissimo. Occorre dare maggiori garanzie all’indagato e all’imputato, dice, e dare veramente corpo alla presunzione di innocenza, spesso violata anche dalla “condanna sommaria dei giornali”. Però? Il “però” è un vero macigno. Una volta condannati, amen. Niente misure alternative, niente sconti dei 45 giorni per la liberazione anticipata. Ma certezza della pena, che vuol dire certezza del carcere. Perché “noi siamo garantisti nella fase delle indagini e del processo, ma giustizialisti nell’esecuzione della pena”. Di conseguenza favorevoli all’ergastolo, e ovviamente anche a quello ostativo. Tanto che proprio Fratelli d’Italia ha presentato in questa legislatura, dopo la decisione dell’ Alta Corte che ne ha dichiarato l’incostituzionalità, una proposta di legge per inserire nell’articolo 27 della Costituzione una sorta di difesa securitaria che ne condizionerebbe il principio rieducativo. Non è da meno la stessa Giulia Bongiorno, che vede la pena anche “come deterrente”, e se è previsto che venga scontata in carcere, ci vuole il carcere, sentenzia. È un po’ paradossale che due avvocati, responsabili giustizia di due partiti che si apprestano a governare, due legali che verificano ogni giorno quel che succede nelle aule di giustizia e di conseguenza, a cascata, nelle carceri italiane, siano così lontani dalle battaglie dell’Unione delle camere penali e da quel mondo di legali che ha contribuito, negli ultimi cinquant’anni, alla riforma dell’ordinamento penitenziario e alla Legge Gozzini.

Con queste premesse, anche la separazione delle carriere rischia di essere una riforma a metà. Perché interverrà sul processo e anche, speriamo, sulla custodia cautelare, quindi in parte anche sul carcere con il suo bagaglio di suicidi che ha costellato i primi otto mesi di quest’anno. Ma, pur senza pretendere che Giorgia Meloni e Matteo Salvini e i responsabili giustizia dei loro partiti diventino studiosi, come la costituzionalista ministra Cartabia, della giustizia riparativa, poniamo solo una piccola, “filosofica” domanda. L’essere umano può cambiare? I governanti degli Stati che pensano di no, in genere prevedono nei loro ordinamenti anche la pena di morte. Noi ci accontentiamo di quella “sociale”. Ma almeno i politici, possono cambiare, come almeno in parte sta già succedendo?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.