«Sono fautore da anni dell’ipotesi per la quale il rimedio del carcere dovrebbe essere adottato solo in via eccezionale e la normalità dovrebbe essere rappresentata dal ricorso agli arresti domiciliari o a misure alternative», afferma l’avvocato Saverio Senese, penalista di lunga esperienza e componente del collegio di difesa in molti processi importanti come quello a carico del comandante Francesco Schettino. Per Senese il dibattito sull’uso della misura cautelare è complesso e affonda le radici in un contesto socio-culturale che negli anni è cambiato.

Come? «Siamo in un momento storico in cui c’è grande confusione tra i poteri dello Stato, la difesa è sempre più emarginata e messa al bando con tutti i rischi per la democrazia. Il nostro è un Paese è fortemente illegale nel quale, oltre a una criminalità organizzata particolarmente aggressiva, esistono una forte corruzione della vita pubblica e a nuove forme di criminalità economica e finanziaria che neppure si riescono ancora correttamente a identificare. Ecco perché non deve stupire che si sia sviluppato un forte consenso alla carcerazione preventiva, un sentimento che se viene manipolato da oscuri progetti finalizzati a sovvertire le istituzioni democratiche rischia di esser trasformato in posizioni giustizialiste e massimaliste, come quelle che si stanno registrando negli ultimi tempi».

La riforma del 2015 prevedeva la custodia cautelare in carcere solo laddove risultassero inadeguate le altre misure interdittive o coercitive, e invece? «A mio avviso è stata applicata in maniera non corretta – spiega l’avvocato Senese – perché di fatto si tende sempre a privilegiare la carcerazione. E allora è chiaro che c’è numero alto di detenuti in attesa di giudizio, c’è un numero altissimo di detenuti che saranno assolti e la carcerazione preventiva può trasformarsi in una espiazione anticipata di una pena che non verrà mai comminata. Il potere legislativo dovrebbe intervenire e dettare criteri di maggiore chiarezza». Ma quali sono le cause di un così diffuso ricorso alla carcerazione preventiva?

«Sono portato a pensare che ci sia una ragione di tipo normativo, perché nel nostro sistema esiste un’eccessiva durata della fase delle indagini preliminari che consente talvolta di protrarre le indagini per anni per cui, quando poi il pm formula la richiesta di misura cautelare, lo fa sulla base di una quantità enorme di materiale che non sempre sia il gip che il Tribunale del Riesame hanno il tempo e la possibilità concreta di valutare. Di recente – aggiunge – mi è capitato il caso di una richiesta di misura cautelare formulata dal pm sulla base di su quasi 200mila pagine di atti acquisiti nel corso di anni di indagine. Ma come crede che il giudice del Riesame possa, in un tempo così breve come quello che prevede nostro codice, leggere, capire, valutare e verificare se è corretta la richiesta o è corretta la misura applicata dal gip? Il problema è che le indagini sono attività svolte senza alcun controllo da investigatori e inquirenti. Trattasi di una fase buia, che dura un tempo non definito».

È uno dei nodi del sistema. «Sì, perché una fase delle indagini tanto lunga ridicolizza la regola del contraddittorio sancita dalla Costituzione. La prova – conclude l’avvocato Senese – dovrebbe essere acquista in dibattimento e non nella fase delle indagini. Quando invece viene acquisita nella fase delle indagini e veicolata nel dibattimento, la norma costituzionale del contraddittorio viene aggirata e a quel punto è il processo, non la sola custodia cautelare, a diventare ingiusto».